di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 14 maggio 2025
È stato definito, non a torto, il più grande errore giudiziario della storia giudiziaria britannica quello che ha avuto come tragico protagonista Peter Sullivan. L’uomo infatti ha scontato ben trentotto anni in carcere perché condannato per l’omicidio di una donna avvenuto nel 1986, la barista 21enne Diane Sindall, vittima di una violenta aggressione sessuale a Birkenhead, nel Merseyside, mentre tornava a casa da un turno di lavoro. La Corte d’Appello, dopo che sono emerse nuove prove del DNA, ha ribaltato la sentenza. La Criminal Cases Review Commission (CCRC), l’organo statutario istituito per indagare su potenziali errori giudiziari, aveva rinviato il caso di Sullivan ai giudici. Ciò, perché l’anno scorso nuovi test avevano trovato un profilo genetico che indicava un aggressore sconosciuto rispetto ai campioni di sperma trovati all’epoca sulla scena del crimine.
Sullivan, che ora ha sessantotto anni, è apparso in collegamento video da Wakefield, e non appena ha appreso la notizia che sarebbe stato rilasciato, riferiscono le cronache, è scoppiato in un pianto singhiozzante tenendosi la mano sulla bocca. Nonostante l’evidente emozione, Sullivan ha rilasciato una dichiarazione letta dal suo avvocato, nella quale ha detto di: “non essere arrabbiato. Quello che mi è accaduto è stato molto sbagliato, ma non toglie che quello che è successo è stata una perdita di vite umane atroce e terribile”. Le stesse autorità hanno riconosciuto che la condanna era stata minata da un errore.
Lo dimostrano anche le parole di Duncan Atkinson KC, che rappresenta il Crown Prosecution Service, secondo il quale non ci sarebbe stata alcuna richiesta di chiedere un nuovo processo. Il giudice Holroyde, con il giudice Goss e Bryan presso la Royal Courts of Justice di Londra, hanno annullato la condanna affermando di non avere “alcun dubbio che sia necessario e opportuno nell’interesse della giustizia” ritenere ammissibile la nuova prova del DNA: “Alla luce di tali prove, è impossibile considerare la condanna del ricorrente come sicura. Non ci sono prove che suggeriscano che più di un uomo sia stato coinvolto nell’omicidio, e nessuna prova che suggerisca che lo sperma possa essersi depositato nel processo di attività sessuale consensuale”.
Il ribaltamento della precedente sentenza dunque è stato possibile perché la Corte si è avvalsa della tecnologia sviluppata solo di recente la quale ha consentito che il campione di sperma, recuperato dall’addome della signorina Sindall, abbia potuto essere esaminato. Ma alla luce delle nuove prove rimane il mistero sull’identità del vero assassino. La polizia del Merseyside ha riaperto le indagini sull’omicidio, ma le ricerche nel database nazionale del DNA non hanno trovato alcuna corrispondenza. Il detective Karen Jaundrill ha affermato che più di 260 uomini sono stati esaminati ed eliminati dalla nuova inchiesta fin dal 2023: “Abbiamo arruolato competenze specialistiche dalla National Crime Agency, e con il loro supporto stiamo cercando di identificare la persona a cui appartiene il profilo genetico, e sono in corso indagini approfondite e scrupolose”. L’unica certezza è che non è coinvolto nessun membro della famiglia della ragazza, né il fidanzato dell’epoca.











