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di Orlando Trinchi

La Stampa, 28 aprile 2023

La moglie del co-fondatore di WikiLeaks a Roma per la presentazione del libro di Nils Melzer: “Mio marito sottoposto a tortura, in una democrazia sana non dovrebbero esistere prigionieri politici”. “Voglio che mio marito torni a casa: la sua battaglia non riguarda ormai solo lui ma tutti noi, il nostro diritto di vivere in una società civile”.

La voce dell’avvocata e difensore dei diritti umani Stella Morris Assange - dal 23 marzo dello scorso anno moglie di Julian, a cui ha dato due figli, Gabriel e Max, di 6 e 4 anni - si leva dal palco della sede romana dell’Fnsi (Federazione Nazionale Stampa Italiana) durante la presentazione del libro dell’ex relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura Nils Melzer, Il processo a Julian Assange. Storia di una persecuzione (Fazi Editore). In segno di solidarietà, diciannove sigle sindacali di giornalisti di diversi Paesi europei (compresa quella inglese), in sinergia con l’Fnsi, hanno deciso di dichiarare da oggi Julian Assange iscritto ai loro Sindacati. Il numero di aderenti potrebbe aumentare nei prossimi giorni.

Nato in Australia - più precisamente nella città di Townsville - cinquantun anni fa, Julian Paul Assange - all’anagrafe Julian Paul Hawkins - è assurto agli onori delle cronache nel 2010, per aver rivelato per mezzo dell’organizzazione divulgativa WikiLeaks, di cui è co-fondatore, documenti statunitensi secretati ricevuti dall’ex militare Chelsea Manning - una “presunta” fonte, come il giornalista ha sempre puntualizzato - e riguardanti svariati crimini di guerra. Dall’11 aprile 2019 è detenuto nel Regno Unito nel carcere di Belmarsh - che venne definito la “Guantanamo inglese” quando, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, ospitò sospetti stranieri imprigionati senza accuse formali -, prima per violazione dei termini della libertà su cauzione in relazione alle accuse di stupro, poi archiviate, da parte della Svezia, poi per la richiesta di estradizione inoltrata dagli Stati Uniti d’America, dove è incriminato per violazione di segreti di Stato. Il 21 aprile 2022 la Westminster Magistrate’s Court di Londra ha emesso nei suoi confronti l’ordine formale di estradizione negli Usa.

Il sistema WikiLeaks viene perseguito nella persona di Assange: si tratta realmente di un’organizzazione irresponsabile che ha danneggiato delle persone?

“Il governo americano ha fatto tante affermazioni in questo senso. In realtà, durante il processo a Chelsea Manning, ma anche in occasione di diverse sessioni relative all’estradizione di Julian, rappresentanti governativi hanno ammesso sotto giuramento che le rivelazioni non hanno mai messo a rischio la vita di alcun dipendente del governo statunitense”.

A suo avviso, quali ricadute potrebbe avere il caso Assange sul giornalismo d’inchiesta e, più in generale, sulla libertà di stampa?

“Questo caso rappresenta la più grande minaccia alla libertà di stampa a livello internazionale. Prima di tutto in quanto criminalizza la ricezione e la pubblicazione di informazioni vere. In secondo luogo perché l’America sta applicando le proprie regole in materia di segretezza in maniera extra-territoriale, fra l’altro nei confronti di un cittadino che non è nemmeno americano: si va delineando un nuovo modello, secondo cui sarebbe possibile perseguire qualunque giornalista o editore in qualsiasi parte del mondo”.

Riguardo il trattamento riservato ad Assange, è lecito parlare di tortura psicologica?

“Sono sua moglie, ho assistito alle sue sofferenze e a come la prigione l’abbia ridotto. Direi senz’altro di sì, ma anche diversi psicologi ed esperti indipendenti concordano”.

Ha riscontrato una qualche forma di parzialità o arbitrio da parte dei giudici, delle istituzioni politiche e governative e della stampa internazionale?

“Non c’è alcun dubbio che la persecuzione e il danno alla reputazione di Julian sia avvenuto a molti livelli. Il libro di Nils Melzer ricostruisce bene i diversi aspetti dei numerosi attacchi perpetrati contro la sua persona. Di certo, Julian è stato silenziato ancor prima di venire arrestato: già un anno prima del suo arresto il governo ecuadoriano gli aveva impedito di parlare in pubblico. Oltretutto, abbiamo assistito alla diffusione, nelle principali testate internazionali, di storie prive di fondamento, con l’evidente obiettivo di infangare il suo nome. Penso ad esempio a un articolo a tutta pagina pubblicato dal “Guardian”, in cui si sosteneva che il responsabile della campagna presidenziale di Trump, Paul Manafort, avesse visitato più volte Assange all’interno dell’ambasciata ecuadoriana, notizia che poi lo stesso giornale è stato costretto ad ammettere essere falsa”.

Riguardo la sua espulsione dall’ambasciata ecuadoriana, è possibile parlare di atto politico?

“L’ascesa al potere in Ecuador di Lenín Moreno ha mutato gli assetti geopolitici del Paese. Lo stesso Moreno aveva manifestato l’intenzione di migliorare i rapporti con gli Usa e, ai suoi occhi, Assange si prestava ad essere una pedina perfetta da usare per ottenere delle concessioni da parte degli americani. Basti pensare come, nel giro di pochi mesi dall’espulsione di Julian dall’ambasciata, il governo ecuadoriano abbia ricevuto miliardi di aiuti dal Fondo Monetario Internazionale”.

Trova eccessivo che un detenuto politico non violento come Assange sia recluso nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh?

“In una democrazia sana non dovrebbero esistere prigionieri politici e Julian non si troverebbe in prigione, figurarsi in un carcere di massima sicurezza riservato a terroristi e pericolosi estremisti. Le condizioni in cui è detenuto sono estremamente ristrettive, è controllato giorno e notte. I nostri incontri sono sorvegliati dalle guardie della prigione e non vi è spazio per alcuna privacy”.

Quali saranno i prossimi passaggi della vicenda giudiziaria?

“In questo momento è in corso una duplice procedura d’appello, sia nei confronti dell’esecutivo britannico che ha autorizzato l’estradizione - o quanto meno non intende ostacolarla -, sia nei confronti delle Corti che l’hanno approvata. L’High Court of Justice (l’equivalente della Corte Suprema in Italia), tuttavia, non ha alcun obbligo legale ad accogliere il nostro appello, quindi stiamo ancora aspettando di sapere se avremo anche solo la possibilità di presentarlo”.

È ancora possibile evitare la sua estradizione negli Usa?

“Questo è un caso politico, quindi non saranno dei tecnicismi legali a liberare Julian. Molto, se non tutto, dipenderà dall’evoluzione del contesto politico, e in tal senso ci tengo ad evidenziare quanto stia accadendo in Australia, dove, per la prima volta dall’inizio di questa storia, il governo si appresta a chiedere all’America una qualche forma di risoluzione della vicenda. Ciò costituisce un passo in avanti e mi infonde speranza, soprattutto considerata l’accresciuta importanza dell’Australia nel contesto dell’alleanza occidentale.