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di Daniele Zaccaria

Il Dubbio, 18 giugno 2022

Via libera della ministra britannica Priti Patel. Accusato di spionaggio, il fondatore di Wikileaks rischia fino a 175 anni di carcere. Julian Assange terminerà dunque i suoi giorni in una prigione federale degli Stati Uniti d’America. Il governo britannico, rappresentato dalla grinta tetragona della ministra dell’interno Priti Patel, ha infatti deciso di concedere l’estradizione oltreoceano al fondatore di Wikileaks.

A nulla sono serviti gli appelli della difesa o di importanti ong come Amnesty International per cui Assange è vittima di persecuzione politica e a Washington non avrebbe garantito né un giusto processo né una detenzione umana, né tantomeno un trattamento adeguato ai suoi problemi di salute. Non la pensano così le autorità britanniche per le quali negli Stati Uniti avrebbe tutte le garanzie per essere giudicato equamente.

Era difficile aspettarsi un esito diverso, l’alleanza anglo-americana è più solida che mai, una relazione speciale fortificata dalla guerra che Putin ha scatenato in Ucraina che, tra i tanti nefasti effetti che ha prodotto, ha rianimato i fervori atlantisti di Londra e Washington. Assange accusato di spionaggio, di pubblicazione di documenti riservati e attentato alla sicurezza nazionale statunitense, reati perseguiti pesantemente dalla giustizia Usa: rischia infatti fino a 175 anni di carcere è c’è da giurare che i prouratori faranno di tutto perché gli venga affibbiato il massimo della pena.

I fatti risalgono a 12 anni fa quando il giornalista australiano divulgò migliaia di cablogrammi riservati del Pentagono sulle missioni militari in Iraq e Afghanistan. La “talpa”, l’analista informatico Bradley Manning (poi diventata Chelsea Manning) che copiò su dei cd i documenti secretati per poi inviarli a Wikileaks. Manning subì una condanna pesantissima: 35 anni di reclusione ma ne fece solo sette in virtù della grazia concessa dal presidente Obama. In quei cablogrammi, peraltro pubblicati dalle principali testate occidentali come il New York Times, The Guardian, Le Monde, La Repubblica, El Paìs, emergono diversi crimini di guerra commessi dai marines, come i bombardamenti intenzionali di civili iracheni e i successivi tentativi per insabbiarli, il sostegno ai signori della guerra afghani, lo spionaggio ai danni dell’Onu, il dossier che la Segretaria di Stato Hillar Clinton aveva fatto redigere sulla “salute mentale” della presidente argentina Cristina Kirchner, la tolleranza verso i finanziamenti sauditi ad al Qaeda.

Ma soprattutto, e questo probabilmente è l’atto considerato più grave dal dipartimento di Stato, Assange rivelò l’identità di centinaia di agenti americani sotto copertura e attivi nello scacchiere mediorientale. Per questo è lecito aspettarsi un trattamento esemplare nei suoi confronti. “Chiunque in questo Paese tenga alla libertà di espressione dovrebbe vergognarsi profondamente del fatto che la ministra dell’Interno ha approvato l’estradizione di Julian Assange negli Usa, il Paese che ha complottato per assassinarlo”, si leggeva ieri sul portale di Wikileaks. Mentre la compagna di Assange, l’avvocata sudafricana specializzata in diritti umani Stella Morris parla di “giorno nero per la democrazia” e di attacco alla libertà di informazione: “Julian non ha fatto nulla di male è un giornalista e un editore punito per aver fatto il suo dovere, rivelando documenti riservati e informazioni imbarazzanti su atti compiuti da diverse nazioni.

La ministra Patel aveva il potere di fare la cosa giusta, invece sarà ricordata come complice degli Stati Uniti, del loro progetto di trasformare del giornalismo investigativo in un’impresa criminale”. L’ultima, fragile speranza che rimane al fondatore di Wikileaks per evitare l’estradizione è il ricorso presso l’Alta Corte britannica che potrà essere presentato dai suoi avvocati entro due settimane. Moris è convinta che la battaglia non sia ancora finita e chiama tutti i sostenitori di Assange a scendere in piazza e a esercitare pressioni sul governo britannico.