di Leonardo Clausi
Il Manifesto, 25 gennaio 2026
L’aveva annunciato venerdì che ieri avrebbe iniziato lo sciopero della sete. E ieri ha puntualmente messo il suo proposito in atto. Potrebbe avere davanti solo altre poche ore di vita, Muhammad Umer Khalid - il ventiduenne di Manchester in custodia cautelare nel carcere di Wormwood Scrubs - anche per via della rara forma di distrofia muscolare di cui soffre. Proprio per questa sua condizione, aveva ricominciato lo sciopero della fame due settimane fa. Vuole un incontro con rappresentanti del governo che lo tengono da oltre un anno senza processo per far parte di un’organizzazione terroristica - tale è considerata Palestine Action, il gruppo nonviolento di attivisti che ha imbrattato un paio di aerei da guerra nella Base Raf di Brize Norton e fatto irruzione nella sede della Elbit Systems Uk, industria militare israeliana che rifornisce l’esercito britannico.
“L’unica cosa che sembra avere un impatto, sia positivo che negativo, è un’azione drastica”, ha detto ad Al Jazeera dal carcere. “Lo sciopero riflette la gravità di questa detenzione. Stare in questa prigione non è vivere. Le nostre vite sono state messe in pausa. Il mondo gira, e noi in una stanza di cemento. Questo sciopero riflette la gravità delle mie richieste”. Che sono il rilascio immediato su cauzione; la fine della censura in carcere - gli trattengono posta, telefonate e libri, gli negano il diritto di visita; ma soprattutto un’inchiesta sul presunto coinvolgimento britannico nelle operazioni militari israeliane a Gaza e la pubblicazione di filmati di sorveglianza dei voli spia della Royal Air Force (Raf) che sorvolarono Gaza il primo aprile 2024, quando degli operatori umanitari britannici furono uccisi in un attacco israeliano. Il che farebbe del governo britannico diretto complice del crimine di guerra perpetrato a Gaza. Una mozione presentata da Jeremy Corbyn per l’apertura di un’inchiesta sulla vicenda è stata respinta dal parlamento l’anno scorso.
Khalid è l’ultimo detenuto del gruppo di attivisti di Pa ancora in sciopero della fame nelle britanniche galere e che hanno iniziato la protesta lo scorso novembre per la loro detenzione in attesa di processo denominata Prisoners for Palestine. Gli altri sette - Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, Jon Cink, Teuta Hoxha, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello - hanno ricominciato a nutrirsi dopo la decisione del governo di non assegnare un contratto da due miliardi di sterline alla Elbit Systems Uk.
La ministra degli esteri Yvette Cooper ha fatto di Palestine Action un’equivalente di Hamas, Isis e al Qaeda. L’allora ministra dell’interno aveva bandito il gruppo come terroristico lo scorso luglio, interpretando in chiave repressiva i sensi della legge sul terrorismo del 2000 e innescando i circa tremila arresti di manifestanti solidali con il gruppo di attivisti, in un mix di anticostituzionalità, repressione preventiva, lo sconvolgimento autoritario dell’equilibrio fra sicurezza e libertà e repressione di Stato.
Ai sensi degli articoli 11 e 12 del Terrorism Act 2000, l’appartenenza a un’organizzazione vietata diventa un reato penale punibile fino a dieci anni di reclusione. Il divieto trasforma la rete, la solidarietà, l’espressione pubblica di fedeltà in terrorismo. Un uso decisamente politico del diritto in chiave di deterrenza che mette a tacere un’organizzazione che - come Pa - lotta contro la saldatura l’alleanza imperialista Uk-Israele, la violenza razzista inflitta ai palestinesi, e il colossale mercimonio dell’industria bellica. Contro la messa al bando di Palestine Action è stato fatto appello. La sentenza è attesa a giorni.










