sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Marta Serafini


Corriere della Sera, 5 gennaio 2021

 

Negli Stati Uniti l'hacker australiano avrebbe rischiato di essere processato per aver divulgato informazioni segrete e 175 anni di carcere. La motivazione: è a rischio suicidio. Il Messico offre asilo politico. La decisione sul destino di Julian Assange resta a Londra. Questa mattina l'Old Bailey ha deciso di negare agli Stati Uniti la richiesta di estradizione per il fondatore di WikiLeaks.

Negli Usa Assange, 49 anni, è accusato di aver violato "l'Espionage Act" attraverso la pubblicazione di documenti diplomatici e militari segreti nel 2010 e rischia 175 anni di carcere. La decisione è stata presa dal giudice distrettuale Vanessa Baraitser sulla base delle preoccupazioni per la salute mentale di Assange dal momento che negli Stati Uniti dovrebbe stare in isolamento e sarebbe a rischio suicidio.

La decisione è dunque basata su motivazioni che hanno a che fare con l'imputato e non con le differenze tra sistemi giudiziari. Gli avvocati del 49enne australiano avevano invocato il primo emendamento e la difesa della libertà di parola nella loro arringa. Ma la giudice ha respinto queste motivazioni affermando che la sua "condotta, se dimostrata, avrebbe costituito un reato" anche in Gran Bretagna. Ma ha deciso di negare l'estradizione sulla base di altri fattori, affermando che Assange soffre di depressione clinica e ha "l'intelletto e la determinazione" per aggirare le misure di prevenzione del suicidio che le autorità statunitensi avrebbero potuto adottare in carcere.

"Siamo estremamente delusi". Gli Stati Uniti avevano già annunciato che in caso di rifiuto dell'estradizione avrebbero fatto ricorso e nel pomeriggio dal dipartimento di giustizia americano è arrivata la conferma ufficiale. Tutt'altro che risolta dunque la vicenda e ancora incerto il destino del fondatore di WikiLeaks, anche perché resta da capire se Assange dovrà restare ancora in carcere o se invece verrà rilasciato per gli stessi motivi di salute che hanno determinato la decisione del tribunale di Londra.

Intanto la difesa dell'hacker australiano ha fatto sapere che chiederà la libertà su cauzione del suo cliente ed è stata fissata per mercoledì l'udienza. Se è dunque ipotizzabile che Assange torni a breve libero, è anche ipotizzabile che non resterà in Gran Bretagna, in quel caso però bisogna capire quale sarà lo stato pronto a dargli asilo politico. E se una prima offerta di asilo è arrivata dal presidente messicano, Andres Manuel Lopez Obrador, resta da capire cosa decideranno i giudici britannici nelle prossime ore.

Assange, presente in aula oggi, dunque per il momento resta rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh nel sud di Londra dall'aprile 2019, dopo che l'Ecuador gli ha revocato l'asilo politico e dopo che la polizia britannica lo ha arrestato, dopo che il giudice britannico Michael Snow ha giudicato Assange colpevole di aver violato le condizioni della libertà vigilata con il massimo della pena, ossia 50 settimane di carcere.

Molti in effetti erano stati gli appelli in questi mesi per la sua liberazione basati sulle preoccupazioni per le sue condizioni di salute. Ma non sono mancati anche quelli che hanno fatto emergere le contraddizioni giudiziarie. "Questo non è il giorno in cui Julian tornerà a casa, ma quel giorno arriverà presto. Questo è un giorno di vittoria per Julian ma ancora non possiamo festeggiare", ha dichiarato Stella Morris, compagna di Assange, madre dei suoi figli e sua legale.

Assange, di origini australiane, ha fondato WikiLeaks nel 2006. Nel 2010 inizia a pubblicare i documenti riservati e hackerati da Bradley (poi diventata Chelsea) Manning, il soldato Usa finito in carcere per aver trafugato decine di migliaia di documenti riservati, graziata da Obama e poi di nuovo arrestata l'8 marzo scorso.

Tra il luglio 2010 e l'aprile 2011, Assange pubblica circa 90 mila file sulle guerra in Afghanistan, 500 mila su quella in Iraq, 250 mila cablo diplomatici delle ambasciate americane nel mondo e infine i Guantanamo files. Il file più scottante però è un video che mostra un elicottero apache statunitense durante un'azione a Bagdad nel 2007. L'elicottero spara uccidendo 11 persone innocenti tra cui un fotografo e un autista della Reuters. I diari afgani e iracheni rivelano molti 'incidenti' e vittime civili dell'intervento americano. Nel 2010 un tribunale svedese aveva chiesto l'arresto di Assange per tre accuse di stupro, molestie sessuali e di "coercizione illegittima", caso che però verrà archiviato nel 2017. Nel 2012 richiede e ottiene asilo politico nell'ambasciata dell'Ecuador. Il timore è quello di essere estradato negli Stati Uniti, una volta messo sotto processo in Svezia, per la rivelazione di enormi quantità di documenti riservati statunitensi. Per sette lunghi anni vive con otto agenti della polizia inglese che stazionano 24 ore su 24 appena fuori dall'ambasciata (per un costo calcolato in 4 milioni di sterline l'anno).

Alle accuse su Assange si aggiunge un altro mattone. L'australiano è sospettato di aver tentato con i suoi leaks di influenzare il risultato delle elezioni presidenziali Usa e di aver tramato con il Cremlino per danneggiare la candidata Hillary Clinton in favore dell'avversario Donald Trump. Il nome di Assange viene dunque associato al Russiagate.

È la goccia che fa traboccare il vaso. Il 6 febbraio 2018 il giudice britannico conferma il mandato di cattura per la mancata presenza all'udienza. Un cavillo cui i nemici si aggrappano. L'Ecuador di Lenín Moreno (meno favorevole all'hacker del precedente leader Rafael Correa) si dimostra sempre più ostile nei confronti dell'ospite scomodo e gli stacca più volte la connessione internet denunciando suoi comportamenti scorretti, compresa l'incuria nei confronti del gatto.

Assange punta il dito contro i suoi nemici, colpevoli a suo dire di star facendo pressioni politiche sul governo ecuadoriano affinché lo consegni ai britannici. Cerca di difendersi, denuncia lo spionaggio, denuncia la violazione dei diritti umani. Ma appare sempre più isolato.

La temperatura intorno a Mendax - questo il suo nickname da hacker - sale sempre di più fino a quando Quito gli revoca l'asilo politico. Ad attenderlo fuori dalla porta dell'ambasciata l'aprile del 2019, la polizia britannica. Poi la richiesta di estradizione degli Stati Uniti e l'attesa per il nuovo verdetto. Fino ad oggi. E fino a mercoledì, per l'ennesima tappa di una vicenda iniziata quindici anni fa.