di Ennio Amodio
Il Dubbio, 31 ottobre 2026
Alla Gip del Tribunale di Milano la politica chiede ora di alzarsi in piedi e di ascoltare bene le parole della Presidente del Consiglio. L’addebito - elevato platealmente in contrasto con la indipendenza della magistratura - è di avere offeso il sano sentimento popolare dei milanesi e degli italiani tutti, avendo omesso di convalidare il fermo di Youssef Siher, fondatore del Movimento 17 ottobre oggetto delle indagini sulle vicende eversive di Milano. Il rimprovero che si muove al giudice milanese si articola su due piani e sfocia in una invettiva che esprime con forte carica emotiva la disapprovazione morale e politica nei confronti di una decisione liberatoria che tradisce il bisogno di misure di esemplare rigore per placare l’allarme ormai penetrato nelle case degli italiani.
Vediamo il primo dei motivi su cui si fonda il capo di imputazione formulato dal vertice più alto del potere esecutivo. La messa in libertà dell’indagato, cui si attribuisce il ruolo di cattivo maestro del mondo giovanile in ebollizione, avrebbe generato “una mortificazione insopportabile” delle forze di polizia e di tutti gli esponenti dello Stato, come se uno squillo di tromba avesse annunciato la sconfitta della democrazia di fronte al prevalere delle forze eversive. Ma si tratta di una prospettiva sbagliata che viene fuori dall’ansia di trovare subito e senza incertezze il colpevole da mettere in manette, così da arginare prontamente la deriva verso il caos nell’ordine pubblico.
È evidente il grave errore logico e politico che si commette ragionando così. Si vuole infatti impugnare la leva di un argomento quantitativo: quanto più cresce e si infittisce la trama investigativa che deve portare alla scoperta delle centrali del teppismo e dell’eversione, tanto meno, si deve pretendere in punto di certezza della prova e plausibilità degli indizi che possono portare all’individuazione dei volti degli ispiratori e dei manovali delle azioni violente. È insomma la strategia del chiudere un occhio sui risultati investigativi pur di rasserenare il clima incandescente cresciuto con lo spettacolo dei saccheggi sbandierando un nome e una vicenda capaci di ridare il senso della sicurezza perduta.
Se si ha cura di leggere il provvedimento che ha tolto le manette a Siher, ci si può convincere subito che il magistrato ha usato, come era necessario, un potente microscopio sulla condotta dell’indagato giungendo ad escludere che egli abbia mai usato la descrizione di azioni violente per istigare i giovani alle pratiche della lotta politica. Ed è proprio questo il senso della garanzia giurisdizionale che la nostra Costituzione impone per la tutela del cittadino. Proprio quando la febbre della difesa sociale sale di temperatura, si rende necessario il filtro dello scrutinio giudiziario. È una antica verità che svela l’intrinseca ragion d’essere del processo penale.
Il confronto tra il rigore del microscopio giudiziario e l’approssimazione delle letture frettolose veicolate a gran voce dai megafoni della politica fa precipitare allo zero il tasso di credibilità delle censure lanciate contro il magistrato milanese nell’attacco portato avanti dal Capo del Governo. Ed è qui che spunta fuori il secondo tassello dei motivi rivelatori della inconsistenza dell’addebito portato contro il giudice milanese. Come dire che non si può censurare dall’esterno la decisione che ha portato alla liberazione del presunto stratega della eversione quando non si hanno in mano le carte che raccontano i come e i perché dell’agire della persona sottoposta alle indagini. Muoversi eccitando il furor di popolo e con gli occhi bendati dalla lontananza dagli atti del processo vuol dire per la politica condannarsi a celebrare una vuota retorica della prevenzione in tema di tutela dell’ordine pubblico.









