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di Paolo Valentino

Corriere della Sera, 14 marzo 2022

L’Alto commissario Onu per i rifugiati: “Alle frontiere arrivano persone nella disperazione, traumatizzate. Lì si separano e gli uomini tornano indietro: terribile”. “Noi ci proiettiamo nello scenario peggiore. Ci sono oltre cinque milioni di persone in Ucraina, il 10%-15% della popolazione, che sono state costrette fuori di casa. Di queste, più della metà sono già fuori dal Paese ma a questo ritmo saranno 3 milioni entro un paio di giorni. Noi continuiamo a esser presenti sul territorio ucraino e possiamo dire che ci sono al momento almeno 2 milioni di persone in movimento verso Ovest, dove i bombardamenti fra l’altro sono in crescendo minacciando tra l’altro anche quelle già sfollate. Un terzo dei 40 milioni di abitanti dell’Ucraina è in una situazione disperata dal punto di vista dei bisogni in conseguenza della guerra. La cosa più stupefacente è che questo quadro si è materializzato in solo due settimane, non in cinque anni”. Filippo Grandi è l’Alto Commissario dell’Onu per i Rifugiati.

È la crisi di rifugiati più grande dalla Seconda Guerra Mondiale...

“Sicuramente. Nei Balcani, anche sommando tutto dalla Bosnia al Kosovo, non si è arrivati a queste cifre e in più successe tutto nell’arco di otto anni”.

Lei ha visitato diverse frontiere: Polonia, Moldavia, Romania. Cos’ha visto?

“Difficile anche descriverlo. È un fiume in piena di persone, una valanga di cui non vedi l’inizio e la fine. È una massa cupa, fatta di esseri umani traumatizzati, soprattutto dalla velocità in cui sono precipitati nella disperazione. Ti raccontano che una settimana fa la loro era una vita normale. Vengono in maggioranza dalle città, è classe media che fino all’altro giorno mandava i bambini a scuola, lavorava. Sono sotto shock. Al confine moldavo mi ha colpito molto il fatto che gli uomini ucraini accompagnano le famiglie fino alla frontiera, poi tornano indietro a combattere. Queste separazioni sono state una delle cose più drammatiche e terribili che abbia mai visto: si lasciano e non sanno se si rivedranno mai più. Quelli che passano sono donne, bambini e anziani, qualche disabile”.

Ha parlato di “distribuzione naturale”, nel senso che i profughi vanno verso posti dove hanno agganci, parenti o amici?

“Sì. Ed è una fortuna che gli ucraini abbiano tantissime connessioni in Europa, dove ci sono comunità numerose e ben radicate. In questo senso il loro inserimento temporaneo è più facile, non c’è bisogno almeno per ora di grandi centri di accoglienza. Dobbiamo vedere come si sviluppa il movimento. Se i russi continueranno a bombardare, specie le città, spostandosi verso Ovest come avviene in queste ore, vedremo altre ondate di persone in fuga, per esempio dalla zona di Leopoli verso Polonia e altri Paesi. Ma tutto sommato c’è una rete in Europa che rende relativamente meno difficile per gli Stati assorbire i profughi”.

Qual è la parte più importante del lavoro vostro e degli altri umanitari in questa fase?

“Dobbiamo restare in Ucraina finché possiamo. Da qualche giorno siamo stati costretti a spostare il nostro quartier generale a Leopoli, a Kiev non era più possibile rimanere. Riusciamo ad aiutare le persone nell’Ucraina occidentale e siamo pronti a intervenire se si apriranno finalmente i corridoi umanitari. Abbiamo potenziato un canale logistico di trasporto dalla Polonia all’Ucraina. Ma possiamo andare solo dove c’è sicurezza. Poi abbiamo già pronti i convogli per entrare a Mariupol o nelle città assediate nel momento in cui si materializzeranno i corridoi, su cui negoziano Mosca e Kiev. Ne hanno parlato ad Antalya i ministri degli Esteri, ma al momento da parte russa la logica di guerra prevale su quella umanitaria”.

L’Europa sta reagendo in modo unito, aprendosi all’accoglienza. Dopo anni, abbiamo scoperto che siamo in grado di prendere qualche milione di rifugiati senza problemi.

“Sono molto contento che alla fine l’Europa abbia capito due cose. La prima è che un’emergenza rifugiati colossale, molto più grande di quella del 2015, è gestibile, cosa che l’UNHCR dice da anni. La seconda è che si può fare se gli Stati cooperano come sta accadendo ora. Spero solo che quando questo immane disastro sarà terminato, e non so dire quando, la lezione che l’Europa sta imparando sotto la pressione dell’Ucraina verrà applicata in futuro anche in altre crisi, grandi e piccole. Questo è il modello da seguire: lavoro comune, condivisione, solidarietà. Insieme possiamo far fronte all’impossibile”.

È giusta la scelta della “protezione temporanea” offerta dall’Ue?

“Sì, perché consente agli ucraini di muoversi legalmente attraverso l’Unione e favorisce quella distribuzione naturale di cui parlavo prima. Il problema è che se i numeri crescessero ancora e arrivassero persone con meno legami e meno risorse, allora dovrebbe essere l’Europa a stabilire le ripartizioni fra Stati membri. Non è un discorso attuale, ma dobbiamo prepararci. Altrimenti rischieremmo che Polonia e altri Paesi limitrofi diventino quello che Italia e Grecia sono stati per anni: Stati di frontiera che sostengono l’essenziale dell’accoglienza, ma con numeri ancora più drammatici”.

Ci sono stati però brutti episodi di discriminazione e respingimenti di rifugiati che venivano dall’Ucraina, ma avevano la pelle scura. L’Economist ha parlato di razzismo. Può confermarli?

“Nei primi giorni ci sono stati episodi di questo genere ad alcune frontiere. Noi non abbiamo potuto esser presenti in tutte sin dall’inizio perché la crisi è precipitata in modo repentino. Ho posto molte domande soprattutto in Polonia, dove questi fatti sono stati riportati. Credo però sia importante che il governo polacco sin dall’inizio abbia detto che non era quella la sua linea e che la decisione era di far passare tutti. Quei casi vanno condannati. È possibile anche che ci siano stati episodi in Ucraina stessa: persone di diversa etnia cui è stato impedito di salire su treni o autobus. Nessuna giustificazione ovviamente. Il razzismo va sempre condannato, anche in contesti così drammatici. Spero però che questa fase sia superata”.