sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Annalisa Cuzzocrea

La Stampa, 5 giugno 2022

Il procuratore: “Accorciare i tempi della giustizia con la tagliola dei termini è uno schiaffo alle vittime. Mai in politica perché non sono abituato a mediare. Io ministro? Non succederà, non mi interessa”. Nicola Gratteri è convinto che la riforma della presunzione d’innocenza sia completamente sbagliata. Secondo il procuratore di Catanzaro, “il rischio è che i magistrati non possano più spiegare ai cittadini le ragioni delle loro scelte”.

C’è anche l’esigenza di evitare che l’opinione pubblica condanni un cittadino prima che lo faccia la giustizia, perché spesso ad avere più risonanza è il punto di vista dell’accusa. Non crede che la riforma sia nata per questo?

“Il problema è che da una parte si è ribadito quanto previsto nella direttiva europea del 2016, sulla necessità di assicurare il diritto al riconoscimento della presunzione fino all’accertamento incontrovertibile della colpevolezza. E fin qui va bene. Ma poi si è introdotto un principio, non previsto nella direttiva, secondo cui è vietata ogni forma di comunicazione, da parte delle procure e degli organi di polizia, sull’attività giudiziaria. Da oggi in poi i procuratori parleranno solo per comunicati stampa. Così non sarà più lo Stato a informare, ma gli indagati, gli imputati e i loro avvocati. Che cosa c’entra questo con la presunzione di innocenza? E quando mai si è visto un procuratore della Repubblica affermare in una conferenza stampa che la persona oggetto di custodia cautelare fosse colpevole, prima del processo?”.

Ammetterà che spesso, a fronte di errori giudiziari e processi lunghissimi, la reputazione di persone innocenti è stata distrutta per sempre...

“Spiegare, in modo corretto e oggettivo, che cosa abbia fatto lo Stato, è importante per i cittadini. Si pensi agli imprenditori, vittime di estorsione, che decidono di collaborare. Illustrare questo tramite gli organi di stampa è importante per sollecitare le persone a fidarsi dello Stato. Francamente trovo molto strano che l’Ordine dei giornalisti, quando si stava discutendo l’approvazione, non abbia detto nulla”.

Il governatore di Bankitalia Visco ha detto che il rischio principale del Pnrr al Sud è l’infiltrazione della criminalità organizzata. Cosa bisognava fare, secondo lei, che non si è fatto?

“Penso che il rischio di infiltrazione non riguardi solo il Sud, ma l’intero Paese. Da tempo le mafie si sono radicate lontano dai territori d’origine e rischiano di rilevare, ancora di più a buon mercato, le imprese in difficoltà. Secondo me c’è stato un abbassamento di attenzione nella lotta alle mafie. Da quando hanno cominciato a centellinare la violenza, sono sparite dal dibattito politico. Purtroppo, per certe persone, le mafie esistono solo quando sparano, ma in realtà quando sono silenti sono ancora più pericolose. L’impatto economico delle mafie, per esempio, non consiste solo nel valore del loro fatturato, ma anche in quello derivante dalle distorsioni della spesa pubblica e dai condizionamenti che possono esercitare sugli appalti pubblici e nel saccheggio delle risorse destinate ai territori. Le distorsioni della concorrenza indeboliscono le imprese sane e creano il terreno di coltura ideale per garantire il radicamento delle mafie”.

Ci sono segnali che la ‘ndrangheta sia interessata ai fondi europei?

“Più che segnali ci sono certezze. Le mafie hanno sempre trasformato le crisi in opportunità. Si stanno organizzando soprattutto nei Comuni, nelle Regioni, dove le risorse del Pnrr verranno spese. Servono più attenzione e più controlli. Bisogna tenere gli occhi sempre aperti”.

Perché se ne parla sempre meno, tranne che per celebrare anniversari?

“C’era chi sosteneva che bisognasse convivere con le mafie. Hanno sempre goduto di una lunga e colpevole legittimazione, anche da parte di chi avrebbe dovuto combatterle. Ce lo dice la storia del nostro Paese. Se hanno messo radici anche al Nord, le ragioni vanno principalmente ricercate in quegli ambienti politico-imprenditoriali che con le mafie hanno scelto di adottare logiche di pura convenienza”.

Lei ha duramente criticato la riforma Cartabia, soprattutto sull’improcedibilità...

“La politica non può pensare di accorciare i tempi della giustizia intervenendo con la tagliola dei termini che, si sa già, con questo sistema non potranno mai essere rispettati. È uno schiaffo alla gente onesta, alle vittime, che si aspettano risposte dalla giustizia e invece verranno mortificate nelle loro aspettative. Per accorciare i tempi ci voleva ben altro. Prima di tutto uomini (magistrati, personale amministrativo e di polizia giudiziaria) e mezzi adeguati rispetto a una mole di affari giudiziari elefantiaca”.

E la riforma del Csm la convince?

“Per nulla, non cambierà niente e il sistema delle “correnti” resterà inalterato”.

Lei ha detto che davanti a quanto emerso a partire dal caso Palamara sarebbe stato necessario scioglierlo: perché non si è fatto?

“Lo deve chiedere a chi aveva il potere di scioglierlo”.

La valutazione dei magistrati è un sistema che può servire a risolvere alcuni mal funzionamenti?

“Quello che prevede la riforma è una sorta di controllo “esterno” sul lavoro dei magistrati nelle valutazioni di professionalità, riconoscendo un diritto di voto ai membri laici, tra cui gli avvocati componenti del Consiglio Giudiziario. È inaccettabile sia perché non si comprende per quale ragione la nostra valutazione debba essere oggetto anche di una stima da parte di chi non fa parte della nostra categoria, ma soprattutto perché in questo modo si va a intaccare l’autonomia e la terzietà del magistrato. Insomma questa previsione, che chiarisco a scanso di equivoci non mi riguarda, credo abbia l’odore di una punizione. Ma la quasi totalità dei magistrati sono persone che lavorano tanto e bene e che questo “trattamento” proprio non se lo meritano”.

La separazione delle carriere aiuta o danneggia?

“Sono fermamente contrario, è una di quelle proposte che considero assolutamente pregiudizievoli per il sistema, oltre che incostituzionale. Il passaggio di funzione, che bisognerebbe incentivare e non limitare, rappresenta un arricchimento professionale e consente al magistrato di sviluppare una visione globale del procedimento. Questo è innegabile, ma pare non interessi a nessuno”.

Esiste il diritto all’affettività di chi è in prigione? Le sue ultime dichiarazioni sembrano volerlo negare...

“Il diritto all’affettività può anche esistere, ma bisogna renderlo compatibile con altri diritti e altre esigenze superiori, quale quella della pubblica incolumità che, ovviamente, riguarda solo i detenuti di alta sicurezza”.

Ha detto più volte che servono nuove carceri: crede ci sia un abuso delle misure alternative? Non sono un modo per far sì che in carcere vada soprattutto chi rappresenta un pericolo per la società, evitando l’affollamento per il quale l’Italia è stata più volte richiamata anche a livello europeo?

“Investire nella costruzione di nuove carceri è il miglior modo per evitare richiami all’Italia. Su questo punto però voglio chiarire: io non voglio più carceri per riempirle. Come cittadino, oltre che come magistrato sarei contentissimo di vivere in un Paese dove nessuno più commette reati, chi non sarebbe contento? Ma se così non è, il sovraffollamento non deve diventare un alibi. La creazione di nuove carceri e l’ampliamento di quelle già esistenti renderebbe molto più dignitosa la detenzione di tutti e questo è la prima cosa per assicurare la rieducazione del detenuto. Non è un caso se il carcere di Bollate è quello che ha meno recidivi. Non deve essere l’eccezione, ma la regola. Poi, bisogna investire in strutture per ospitare i tossicodipendenti, che vanno curati e aiutati; nella costruzione delle Rems, per i soggetti incapaci di intendere e di volere; assicurare spazi e locali per consentire a tutti i detenuti che vogliono di potere lavorare e imparare un mestiere”.

Una delle cose che si dice spesso della ‘ndrangheta, è che ci siano pochissimi pentiti perché i legami sono di tipo familiare. È ancora così?

“Ovviamente, resta l’organizzazione mafiosa più impermeabile, proprio a causa del vincolo di sangue che ne caratterizza la struttura. Negli ultimi tempi però abbiamo avuto decine di collaboratori di giustizia, tra cui anche i figli di alcuni potenti boss calabresi. Al processo Rinascita Scott ci sono quasi 60 collaboratori di giustizia. È un segnale incoraggiante”.

Quando ha deciso che avrebbe fatto il magistrato?

“Sono nato a Gerace e ho studiato a Locri. Alle scuole medie, al liceo, vedevo i figli dei mafiosi che facevano i prepotenti. Ho visto anche tanti morti ammazzati. Forse è nata in quegli anni l’idea di fare qualcosa per contribuire a liberare la mia terra dalla paura. È stato all’università che ho deciso di fare il magistrato. Mi sono laureato in quattro anni a Catania e due anni dopo ho vinto il concorso in magistratura. Nonostante avessi la possibilità di scegliere sedi fuori dalla Calabria, ho scelto di restarci. Sono stato a Locri, poi a Reggio e ora a Catanzaro. Sempre a indagare sulla ‘ndrangheta e sul narcotraffico. Se potessi resterei sempre in Calabria”.

Crede che qualcuno, a livello politico, voglia ostacolare il lavoro dei magistrati antimafia?

“Non saprei. Il manovratore solitamente non vuole essere disturbato. Non sono legato a correnti, ho fatto domanda per diventare procuratore di Reggio Calabria e procuratore nazionale antimafia e in entrambi i casi sono stato bocciato. Vivo sotto scorta da oltre 30 anni e non mi sono mai abbattuto. Guardo avanti. E non mi fermo, costi quel che costi”.

C’è qualcosa che la notte la tiene sveglio?

“Dormo poco, ma ho la coscienza a posto”.

Lei ha una scorta sempre più imponente e immagino sia perché le minacce, negli anni, sono aumentate piuttosto che diminuire. Che rapporto ha con la paura?

“Cerco di addomesticarla, senza farmi vincere dalla paura. Che è un sentimento umano”.

E con il coraggio?

“Penso di avere il coraggio della paura. Non c’è coraggio, senza paura”.

Si candiderebbe mai?

“No. Non sono abituato a mediare. In politica la mediazione è sempre un accordo al ribasso”.

Lei per poco non è stato nominato ministro. Ha raccontato che Renzi gliel’aveva chiesto e che poi tutto è saltato. Spera che quell’occasione si ripresenti?

“Non penso. E non mi interessa. È stata una pagina della mia vita che si è chiusa. Per chi ha curiosità su come è andata deve chiederlo a Renzi o a Napolitano, non a me. Io come ho detto tante volte sono un felice procuratore della Repubblica”.