di Lorenzo Rotella
La Stampa, 19 novembre 2022
Il procuratore della Repubblica di Catanzaro è intervenuto alla presentazione di un libro sul tema: “Serve una formazione adeguata per gli agenti di polizia penitenziaria”.
“Proviamo a mettere ai domiciliari i detenuti tossicodipendenti, con percorsi di terapia, e facciamo una formazione adeguata agli agenti”. Dal penitenziario milanese di San Vittore il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, propone alcune soluzioni per migliorare le condizioni di vita di detenuti e poliziotti all’interno delle carceri. Un tema affrontato durante la presentazione del libro Sovraffollamento e crisi del sistema carcerario, scritto dai ricercatori Alessandro Albano, Anna Lorenzetti e Francesco Picozzi e pubblicato col contributo del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bergamo.
Nel corso dell’evento, inserito nella rassegna di Bookcity Milano, Gratteri ha definito di “Serie C” la polizia penitenziaria, gettata in uno stato di “depressione e frustrazione” dalle istituzioni che non se ne curano. A cominciare dalle scuole di formazione: “Nelle scuole ci deve andare gente che sul campo ha dimostrato di saper fare qualcosa, non gli amici degli amici. Altrimenti le lezioni diventano una passerella e i ragazzi non imparano nulla”.
Soffermandosi ancora sui tossicodipendenti, Gratteri ha puntato il dito contro le Rems, strutture sanitarie dove accogliere detenuti affetti da disturbi mentali o socialmente pericolosi, che ancora “non esistono se non sulla carta”. Aggiungendo anche che polizia e detenuti hanno bisogno di psicologi e psichiatri, in carcere e nei tribunali: “Dobbiamo fare una selezione, perché siamo pieni di processi con consulenze o perizie false di medici compiacenti che scrivono che un imputato è pazzo anche se finge di esserlo”.
Un altro importante aiuto per sovraffollamento e migliorie delle carceri, ha concluso Gratteri, è la costruzione di nuove strutture detentive o l’ampliamento di quelle esistenti. Idea sostenuta anche dal deputato leghista Jacopo Morrone e dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, che ha aggiunto: “Il problema si affronta anche con dotazioni ed equipaggiamenti adeguati per gli agenti, l’esecuzione delle pene di sentenze italiane nei paesi di provenienza degli imputati, con il rilancio dell’edilizia carceraria e la costruzione delle Rems a velocità spedita”.
Secondo la segretaria nazionale dell’Associazione Dirigenti e Funzionari di Polizia Penitenziaria, Daniela Caputo, serve “un capo per il nostro corpo operativo, unico tra le forze dell’ordine a non averlo. Un problema non più rinviabile, come hanno dimostrato le rivolte carcerarie del 2020. Il sistema di prevenzione penitenziario è parte integrante dell’ordine pubblico ed è giusto che abbia un vertice a regolarlo e organizzarlo”.
Il sovraffollamento, nel libro presentato in conferenza, viene definito un problema “esagerato dalla narrazione mediatica e tutt’altro che irrisolvibile”. Anna Lorenzetti, docente associata di Diritto Costituzionale, spiega che attualmente nelle carceri “ci sono oltre mille persone con pene sotto l’anno di detenzione” e che chi commette suicidio ha spesso condanne brevissime. Bisogna costruire strutture alternative dove curare e seguire queste persone, che vengono invece sbattute dietro le sbarre al pari di qualsiasi altro criminale. “Questo risolve soltanto l’effetto, non la causa”.









