di Donatella Stasio
La Stampa, 25 luglio 2024
Il presidente della Repubblica incalza la politica e chiede di nominare subito il 15° membro della Corte. Lega, FdI e Fi vorrebbero “dividersi” i candidati e votarli a dicembre. Ma così danneggiano l’Istituzione. Il potere mite di un’istituzione forte. È quello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ieri ha pronunciato parole durissime nei confronti del Parlamento ma con un garbo che, al di là dello stile personale, è la cifra della forza e della credibilità dell’istituzione che rappresenta. Il ritardo nell’elezione del quindicesimo giudice costituzionale, ha detto Mattarella, è “un vulnus alla Costituzione”. Un danno, un’offesa, una grave lesione degli equilibri della nostra democrazia. L’artefice è il Parlamento, proprio l’istituzione che la Costituzione mette “al centro della vita della nostra democrazia”. Da più di otto mesi, il Parlamento rinuncia a esercitare le sue prerogative, succube di una maggioranza che vuole arrivare al 21 dicembre, quando scadranno altri tre giudici in quota parlamentare, per fare en plein. Da più di otto mesi, il Parlamento contravviene ai suoi doveri costituzionali e alle relative responsabilità. Da più di otto mesi - e il rischio è che si arrivi a marzo 2025 -, il Parlamento sta di fatto danneggiando un’altra istituzione vitale per la democrazia, la Corte costituzionale. Non è accettabile.
Non lo è per noi cittadini, che abbiamo a cuore la democrazia, i suoi organi rappresentativi e quelli di garanzia. Ma a maggior ragione non lo è - tanto più di fronte all’ostentato silenzio dei presidenti delle due Camere, direttamente responsabili dell’elezione - per chi, come il Capo dello Stato, ha il compito cruciale di assicurare il buon funzionamento delle istituzioni e quel compito intende svolgere fino in fondo, finché sarà possibile.
Questo ha fatto ieri Mattarella, chiedendo che il quindicesimo giudice venga eletto “subito”. Subito vuol dire subito, non dopo le vacanze, magari con una finta convocazione prima della chiusura delle Camere per ferie. Subito deve significare convocazioni a oltranza, ogni giorno, e più di una al giorno, contestualmente alle altre emergenze in cui è finito il Parlamento per la bulimia di decreti legge del governo. Un conclave, insomma, finché non si arriverà al risultato, come avvenne nel 2005, dopo il richiamo dell’allora capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, raccolto dai presidenti delle Camere Pera e Casini.
Quando la democrazia è a rischio - che si tratti della latitanza sul 15° giudice costituzionale o delle condizioni “indecorose” del carcere, altra urgenza segnalata da Mattarella - il Parlamento non va in vacanza ma resta a lavorare. Questo ci aspettiamo ora dalla maggioranza e anche dall’opposizione, che finora ha giocato troppo di rimessa, non con la postura richiesta da un passaggio istituzionale come questo.
Mattarella ha detto che “la democrazia è anzitutto conoscenza”. In più occasioni, abbiamo denunciato e cercato di spiegare perché è un “vulnus alla Costituzione” questo sfrontato ritardo nell’elezione di uno dei cinque giudici in quota parlamentare (gli altri dieci sono scelti, in parti uguali, dal Quirinale e dalle supreme magistrature).
Lega, Fdi e Fi non si fidano reciprocamente e perciò vogliono “spartirsi” i candidati, e votarli, nello stesso momento, cioè a dicembre: uno a me, uno a te, uno a me e forse il quarto all’opposizione. Ma Mattarella ha ricordato che la scelta di un giudice costituzionale - o di più giudici - non rientra nel novero delle “nomine” politiche, anche se il quorum elevato stabilito in Costituzione impone di trovare un accordo ampio e trasversale. Le forze politiche hanno il dovere di fare “una scelta rigorosamente individuale, di una singola persona meritevole, per cultura giuridica, esperienza, stima e prestigio, di ricoprire quell’incarico così rilevante” ha detto Mattarella. Che sulla base di questi criteri, a novembre dell’anno scorso (addirittura con sei giorni di anticipo) ha nominato (in sostituzione di Daria De Pretis e Nicolò Zanon) Antonella Sciarrone Alibrandi, cattolica, e Giovanni Pitruzzella, già candidato nel 2015 in quota Centro. Non certo due profili “di sinistra” (ammesso, e non concesso, che ce ne siano davvero alla Corte) e neppure di “destra”, ma due personalità di riconosciuto spessore scientifico. Alla Corte non si mandano “soldatini” per eseguire ordini, e nessun giudice lo è mai stato, neppure quelli provenienti da carriere politiche. Perciò è preoccupante sentire la premier che rivendica la prerogativa di “dare le carte” in questa partita.
Le Corti costituzionali hanno una funzione “contromaggioritaria”, perché nascono nel secondo dopoguerra come limite ai poteri delle maggioranze politiche di turno e come garanti dei diritti delle minoranze. Perciò alcuni governi mal tollerano le Corti e cercano di catturarle. E perciò bisogna vigilare sulle Corti affinché ciò non accada mai. La nostra Corte - appena reduce da decisioni delicate e coraggiose, tra cui quelle sul suicidio assistito e sul genere non binario - ha già in calendario, fino a marzo, questioni caldissime: referendum elettorali, sull’autonomia differenziata, sul lavoro; il decreto Caivano, la maternità surrogata, l’adozione di single e molto altro. La sua composizione e il pluralismo delle voci sono aspetti cruciali per il suo buon funzionamento. Non dar seguito “subito” all’invito, a tutto tondo, di Mattarella sarebbe non solo uno sgarbo istituzionale ma il segnale di una pericolosa hybris politica, che considera la Corte alla stregua di una multiproprietà. Inaccettabile.










