sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Ferruccio Pinotti

Corriere della Sera, 18 aprile 2024

Gli avvocati: ha bisogno di lasciare il carcere. Ventidue evasioni alle spalle, in contatto con l’editore Giangiacomo Feltrinelli che voleva convincerlo a fare della Sardegna una nuova Cuba, aveva ricevuto la grazia dal presidente Ciampi. Una delle sue legali: “Ricoverato a Opera, ma ha varie patologi e bisogno di misure alternative”. Il Tribunale di sorveglianza di Milano ha disposto una perizia psichiatrica sulle condizioni di salute di Graziano Mesina, 82 anni dopo una nuova richiesta di scarcerazione sollecitata dalle due avvocate dell’ex primula rossa, Beatrice Goddi e Maria Luisa Vernier, secondo le quali l’anziano detenuto nel carcere di Opera presenterebbe “un decadimento neuro cognitivo e neuropsichiatrico, che potrebbe essere il principio di un problema di demenza senile”. La perizia è stata affidata al professore all’Università degli Studi di Milano Stefano Zago e al dottor Lorenzo Lorusso direttore del reparto di Neurologia di Merate. La notizia è stata confermata al Corriere della Sera dalla avvocatessa Vernier. I carabinieri di Nuoro avrebbero già vagliato con i familiari la disponibilità ad accoglierlo nella loro casa di Orgosolo. Non è la prima richiesta di scarcerazione presentata negli ultimi due anni e mezzo di detenzione di Mesina: nel marzo 2023 il tribunale di sorveglianza di Sassari aveva rigettato una prima istanza avanzata dalle due avvocatesse per le precarie condizioni di salute di Mesina. L’ex primula rossa era stato catturato nel dicembre del 2021 a Desulo dopo un anno e mezzo di latitanza. Si era dato alla macchia il 2 luglio 2020 poco prima che i carabinieri bussassero nella sua casa di Orgosolo per notificargli la sentenza definitiva della Cassazione a 30 anni di carcere (poi ricalcolati in 24) per associazione a delinquere. Nel luglio del 2022 era stato trasferito dal carcere nuorese di Badu e Carros, dove era rinchiuso a seguito della cattura, al carcere di Opera.

La sua legale: “Incompatibile col carcere e non pericoloso” - L’avvocatessa Vernier spiega al Corriere: “Abbiamo chiesto la misura alternativa il 14 settembre, Mesina soffre di varie patologie, è ricoverato al centro clinico di Opera, ma quando uno sta male da dieci anni bisogna penare a misure alternative al carcere, anche perché non è una persona pericolosa, è a suo modo una figura romantica, che nel corso della sua vita si è affidato a persone sbagliate, ma che ha aiutato tantissime persone”.

Una vita da ribelle sin da piccolo - Mesina, noto anche con lo pseudonimo di Gratzianeddu, classe ‘42, nativo di Orgosolo, è il più famoso esponente del banditismo sardo del dopo dopoguerra. È conosciuto per le numerose evasioni (ventidue, di cui dieci riuscite) e per il suo ruolo di mediatore nel sequestro dei Farouk Kassam.

Fino al suo arresto, avvenuto il 18 dicembre 2021 a Desulo, è stato inserito nella lista dei latitanti di massima pericolosità. Penultimo di undici figli, sei fratelli e cinque sorelle, del pastore orgolese Pasquale Mesina e di Caterina Pinna. In quarta elementare, racconta Mesina nella sua autobiografia, prese a pietrate il maestro e dovette lasciare la scuola per andare in campagna come servo pastore, come già i fratelli. Mesina subisce il primo arresto nel 1956 all’età di 14 anni per perdono giudiziale, secondo Mesina stesso invece fu condannato a cinque anni con due anni di perdono giudiziale.

Nel maggio del 1960 venne arrestato nuovamente per aver sparato in luogo pubblico. Portato nella caserma dei carabinieri, riuscì a evadere dopo aver forzato la porta della camera di sicurezza. Dopo una breve latitanza sulle montagne intorno a Orgosolo si costituì per le insistenze della famiglia e del suo avvocato. Venne condannato a sei mesi di reclusione per l’evasione a cui si aggiunse un mese per il possesso della pistola e portato nelcarcere di Nuoro. Nel luglio dello stesso anno, mentre Mesina era ancora in carcere, viene rapito e poi ucciso Pietrino Crasta, commerciante di Berchidda. Una lettera anonima alla Questura segnalò che in località Lenardeddu, ove si trovava un terreno per il pascolo preso in affitto dai fratelli di Graziano Mesina, si sarebbe potuto trovare il cadavere di Crasta. L’11 luglio il cadavere vi viene effettivamente trovato.

I fratelli di Graziano Mesina (Giovanni, Pietro e Nicola) e alcuni vicini di pascolo vengono arrestati come responsabili del delitto. Il fratello Antonio, invece, riuscì a darsi latitante, e raccolse nel frattempo elementi probanti l’innocenza sua e dei fratelli. Nel gennaio del 1961 Graziano Mesina venne scarcerato. Il 24 dicembre dello stesso anno, in un bar di Orgosolo, il pastore Luigi Mereu, zio di uno degli accusatori dei Mesina nella vicenda Crasta, venne colpito da alcuni colpi di pistola e ferito gravemente. Secondo i Mesina, Mereu avrebbe cercato di “incastrarli” nella vicenda. Per il fatto venne accusato e arrestato Graziano Mesina, poi condannato a sedici anni di reclusione; l’interessato si proclama innocente, dichiarando che non c’erano prove. Venne rinchiuso nel carcere Nuoro e fu inviato al Tribunale di Sassari per rispondere di un tentato omicidio ai danni di un vicino di pascolo, vicenda avvenuta tempo prima nelle campagne di Ozieri. Durante il trasferimento per il conseguente processo, riuscì a liberarsi dalle manette. Alla stazione di Macomer, saltò dal treno e scappò, ma fu catturato poco dopo da alcuni ferrovieri. Il 6 settembre riuscì a evadere dopo essersi fatto ricoverare nell’ospedale San Francesco di Nuoro, scavalcando il davanzale di una finestra e calandosi lungo un tubo dell’acqua nel quale rimase nascosto per tre giorni. Rimase in montagna latitante per tre mesi. Alla fine del mese di ottobre, il fratello Giovanni detto “Dannargiu” venne ucciso, e il suo corpo viene messo in segno di sfregio accanto a quello del suo acerrimo nemico Salvatore Mattu, anche lui assassinato. Mesina, nel tentativo di vendicare il fratello, la notte del 13 novembre 1962 entrò in un bar, e secondo quanto dichiarato dall’avvocato sparò e uccise a colpi di mitra Andrea Muscau che secondo lui era responsabile della morte del fratello ma che in realtà non lo era. Venne nuovamente arrestato e condannato per omicidio a 24 anni di reclusione.

Nel gennaio del 1963 tenta l’evasione dal carcere di Nuoro, poi viene trasferito nel carcere di Alghero e quindi a Porto Azzurro. Venne trasferito a Volterra dove si finse pazzo e riuscì a essere ricoverato in un manicomoio criminale. Trasferito a Sassari per un processo tentò di aprire un buco nel pavimento del treno, ma non riuscì a fuggire. L’11 settembre del 1966, mentre scontava la reclusione nel carcere San Sebastiano, riuscì a compiere una delle sue più famose evasioni. Insieme al compagno di prigionia Miguel Atienza (si scoprirà in seguito che il vero nome è Miguel Alberto Asencio Prados Ponte), un giovane spagnolo disertore della Legione Straniera, riuscirono a fuggire scalando il muro del carcere alto 7 metri e gettandosi sotto nella centrale via Roma di Sassari.

Una volta fuori dal carcere si fecero portare da un taxi a Ozieri, dando inizio alla lunga attività criminale della coppia. Nella zona di Golfo Aranci rapirono il proprietario terriero Paolo Mossa. Successivamente Mossa venne liberato dopo la promessa che avrebbe pagato il riscatto. L’11 maggio 1967, a Nuoro, travestiti da poliziotti, finsero un blocco stradale e rapirono Peppino Capelli, un grosso commerciante di carni. L’ostaggio venne rilasciato dopo che la famiglia versò come riscatto 18 milioni di lire. Alla coppia furono attribuiti molti sequestri: Campus, Petretto, Moralis, Canetto, Papandrea.

Il 18 giugno 1967 Mesina e Atienza vennero intercettati dalle forze dell’ordine che li circondarono nelle colline di Osposidda, sotto Orgosolo. Durante lo scontro Atienza uccise due agenti ma venne ferito a morte. Mesina venne assolto dalle accuse per la morte dei due agenti. Altre versioni riportano che gli agenti si uccisero a vicenda.

Il dialogo con Feltrinelli per fare della Sardegna la nuova Cuba - Nel 1968, quattro anni prima di morire, Giangiacomo Feltrinelli si recò in Sardegna secondo i documenti scoperti dalla Commissione Stragii nel 1996, per prendere contatto con gli ambienti della sinistra e dell’indipendentismo sardo.

Nel maggio 1976 il fratello Nicola fu ucciso in località “Funtana Bona”: i sicari lo fecero scendere dal camion nel quale viaggiava con due operai forestali e lo uccisero a fucilate. Nonostante le sue richieste, viene negato a Mesina la possibilità di rientrare in Sardegna per i funerali. Il 20 agosto dello stesso anno, Mesina riuscì a fuggire insieme con un gruppo di detenuti, dal carcere di massima sicurezza di Lecce. Proseguì la latitanza fra varie città, poi torna in carcere a Porto Azzurro.

Nel 1985 ottenne un permesso di tre giorni, per tre ore al giorno per rivedere la madre a Orgosolo. Il 12 aprile ottenne un permesso di dodici ore per far visita al fratello nel Vercellese. Allo scadere delle dodici ore non fece ritorno nel carcere e aggiunse a Milano Valeria Fusè, una ragazza che aveva iniziato a scrivergli nel carcere di Novara. I due si rifugiarono in un appartamento di Vigevano. Il 18 aprile nell’appartamento dove si nascondevano fecero irruzione i carabinieri che arrestarono entrambi. Trasferito nel carcere di massima sicurezza di Novara, venne condannato a ulteriori sei mesi di reclusione, mentre la Fusè venne assolta.

L’incontro con Indro Montanelli - Il 19 ottobre 1992 Mesina ottenne la libertà condizionale, e dopo 29 anni di carcere si stabilì a San Marzanotto, una frazione di Asti. Durante la sua permanenza ad Asti, Mesina incontrò Indro Montanelli, interessato alla vita del più famoso bandito sardo. Montanelli offrì sostegno a Mesina, ventilando la possibilità di scrivere un libro sulle molteplici evasioni che avevano avuto come protagonista Gratzianeddu.

La mediazione per il rapimento del piccolo Farouk Kassam - Nel 1992, durante la vicenda del sequestro del piccolo Farouk Kassam, Graziano Mesina interviene in Sardegna durante uno dei suoi permessi, con la funzione di mediatore, nel tentativo di trattare la liberazione con il gruppo di banditi sardi responsabili del sequestro del bimbo rapito a Porto Cervo il 15 gennaio e liberato a luglio. Le circostanze della liberazione non sono mai state del tutto chiarite. Alla versione della polizia e del governo, che ha sempre negato che fosse stato pagato un riscatto, si contrappone quella di Mesina ribadita in alcune interviste, secondo cui la polizia pagò circa un miliardo di lire per il rilascio dell’ostaggio, aiutando la famiglia del bambino a soddisfare le richieste dei rapitori. Il 4 agosto 1993 il tribunale di sorveglianza revoca la concessione della libertà condizionale dopo il ritrovamento di un Kalašnikov e altre armi da guerra nel caseggiato astigiano di Mesina, arrestato insieme ad altre due persone.

Mesina, sospettato di progettare un nuovo sequestro di persona, viene nuovamente incarcerato a Voghera per scontare la pena all’ergastolo. In relazione a questi nuovi procedimenti giudiziari, Mesina ha sempre sostenuto la tesi del complotto contro di lui da parte dei servizi segreti, a causa del suo coinvolgimento nel sequestro Kassam.

Nel 2001 il tribunale di Asti respinse la richiesta di scarcerazione presentata dai difensori di Mesina. Il bandito sardo è stato un caso particolare nella storia giuridica italiana, avendo ricevuto la condanna all’ergastolo a causa di tre diverse condanne rispettivamente di 24, 8 e 6 anni di carcere, in applicazione della legge che prevede il cumulo delle pene per reati differenti. Nel luglio del 2003 chiede ufficialmente la grazia dando mandato al suo avvocato di rivolgersi al Presidente della Repubblica.

La grazia del presidente Ciampi - Il 25 novembre 2004, dopo la grazia concessagli dall’allora Presidente della Repubblica Ciampi su impulso del Ministro della giustizia Roberto Castelli, Mesina lascia il carcere di Voghera per fare ritorno da uomo libero nella sua Orgosolo. Complessivamente Mesina ha trascorso 40 anni in carcere.

Dopo la liberazione, Mesina, tornato nella natia Orgosolo, ha intrapreso la carriera di guida turistica, accompagnando i turisti nell’esplorazione dei luoghi più impervi della zona, spesso teatro delle sue latitanze e delle rocambolesche fughe, come per esempio sul Supramonte. Insieme ad altri due soci, nel 2007 ha aperto un’agenzia di viaggi a Ponte San Nicolò, in provincia di Padova. Il 10 giugno 2013 viene arrestato per traffico di droga, addebito che ha sempre negato. come confermato dai suoi avvocati.

Le nuove accuse e la cattura - Nel giugno 2013, a 71 anni, viene arrestato a Orgosolo. Secondo gli inquirenti, con la sua banda stava progettando un sequestro di persona: aveva già fatto un sopralluogo e fornito dettagli precisi sull’ostaggio ai suoi sodali, così come è emerso dalle intercettazioni. Inoltre è ritenuto dai magistrati della DDA di Cagliari capo di una potente organizzazione dedita a traffico di stupefacenti, furti e rapine. Dovrà rispondere peraltro di associazione per delinquere.

Il 12 dicembre 2016 viene condannato a 30 anni di reclusione dal tribunale di Cagliari, che dispone altresì la revoca del provvedimento di grazia. Il 7 giugno 2019 viene tuttavia scarcerato per decorrenza dei termini. La Cassazione rigetta il ricorso del legale, ma il 2 luglio 2020, i Carabinieri recatisi presso l’abitazione dell’uomo per notificare la sentenza e ricondurlo in carcere non trovano nessuno. Mesina, a 78 anni, è nuovamente latitante. A inizio febbraio 2021 viene inserito dal Ministero dell’Interno nell’elenco dei latitanti di massima pericolosità. Nella notte tra il 17 e il 18 dicembre 2021, durante un’azione coordinata del ROS e del GIS dei Carabinieri, viene trovato in un’abitazione di Desulo e ricondotto nel carcere di Badu ‘e Carros. Nel giugno 2022 viene trasferito nel carcere di Opera. Ora le sue avvocatesse si battono per l’adozione di misure alternative.