di Marco Carta
La Repubblica, 30 aprile 2025
La storia di Claudio, ex detenuto. In carcere per reati fallimentari, Claudio Bottan incontra Papa Francesco nel 2016 durante il Giubileo dei detenuti. Nel 2020, poi, viene ricevuto a Santa Marta. Insieme alla sua compagna Simona Anedda racconta la sua storia nelle scuole e nelle università. “Ero abituato a comprarmi tutti con i miei soldi, i miei affetti, le amicizie, quelli che mi stavano intorno. In carcere nel 2016 ho incontrato Papa Francesco e la mia vita è cambiata. Qualche anno dopo gli scrissi una lettera per dirglielo, e lui mi ha voluto vedere di nuovo”. Ci sono storie come quella di Claudio Bottan che non entrerebbero in un romanzo.
Imprenditore, accusato di bancarotta, viene condannato a 10 anni. Inizia a girare le carceri di tutta Italia, ma proprio da detenuto la sua vita prende una piega inaspettata. L’impegno in difesa degli altri detenuti, il volontariato, l’amore con Simona Anedda, la donna affetta da sclerosi multipla che non muove più gambe e braccia, ma gira il mondo sulla sua sedia a rotelle. Ma soprattutto il doppio appuntamento con Papa Francesco, che ha segnato la sua esistenza: “La prima volta era il 2016”.
Racconti...
“Fui scelto come uno dei chierichetti per il Giubileo dei detenuti. E ricordo la sorpresa, lo stupore, il poter stare vicino al Papa. Fu un’emozione immensa. La seconda volta, invece, era il 2020, in piena pandemia. Gli scrissi una lettera senza troppe speranze di risposta, raccontandogli come era cambiata la mia vita dopo quell’incontro. Dopo dieci giorni mi arrivò una telefonata dal suo segretario, Padre Gonzalo, che mi propose di incontrarlo. Tre giorni dopo io e Simona ci trovammo in un’udienza privata a Santa Marta. È stato come vivere un sogno”.
Che cosa vi siete detti durante quell’incontro?
“Abbiamo parlato della nostra storia. Simona gli ha mostrato i video dei suoi viaggi in sedia a rotelle. Rideva come un matto! Abbiamo ricordato il Giubileo, il cambiamento nella mia vita. È stato un incontro pieno di sorrisi, gesti semplici e profondi. Per questo la sua morte mi ha toccato molto. Sento un vuoto enorme. Ho avuto la fortuna di incontrare Papa Francesco non una, ma due volte, e quei momenti sono rimasti impressi in me”.
Torniamo al 2016. Dove si trovava?
“A Busto Arsizio. Nei miei sei anni e mezzo di detenzione ho cambiato nove carceri, perché avevo il vizio di scrivere. Scrivere era considerato disturbante: mandavo lettere ai giornali, aiutavo gli altri detenuti a scrivere istanze o reclami, soprattutto chi non sapeva scrivere o gli stranieri. Non fu il Papa a scegliermi come chierichetto: fu il cappellano del carcere. Io venivo da una vita dove mi compravo tutto: affetti, amicizie, rispetto, tutto coi soldi. Quando sono entrato in carcere, quella vita è finita. Sono diventato un povero tra i poveri. Uscito di prigione, grazie ai volontari ho avuto un posto letto, una bicicletta per andare a lavorare. È stata la mia rinascita. Ora sono vice direttore della rivista Voci di Dentro”.
Ed è così che ha incontrato Simona?
“Sì. Lavoravo nella redazione di un settimanale a Milano. Cercando storie da raccontare, ho trovato quella di Simona, che aveva pubblicato un appello: ‘Non muovo più le gambe, non muovo le braccia, ma voglio portare la mia sclerosi multipla fino ai piedi dell’Himalaya’. Le chiesi di poterla intervistare, premettendole che ero un detenuto. È iniziato un dialogo che dura da nove anni: oggi viviamo insieme e portiamo le nostre testimonianze nelle scuole e nelle università, per abbattere i pregiudizi e la paura verso ciò che non si conosce”.
Nel 2020 ha scritto di nuovo al Papa. Perché?
“Per ringraziarlo e raccontargli la nostra nuova vita insieme. Gli ho detto che, da quell’incontro del 2016, tutto era cambiato. Che io e Simona eravamo diventati una forza uno per l’altro. È venuto lui stesso a riceverci, senza cerimonie. Era curioso di ascoltare la nostra storia di cambiamento e di coraggio. Abbiamo parlato tanto. Io sono diventato le gambe e le braccia di Simona, ma lei è la mia stampella personale: con la sua forza, la sua vitalità, ha cambiato anche me.
C’è una frase del Papa che le è rimasta impressa?
“Quando gli abbiamo raccontato la nostra storia mi disse ‘la devi scrivere, va raccontata’. Io gli risposi che sono troppo impegnato a viverla per avere tempo di scriverla. Simona gli chiese un selfie, ma non potendo muovere le mani, chiese al Papa di farlo lui. Lui rispose ridendo che non era pratico con quei “aggeggi tecnologici”. Ma poi, guidato da Simona, riuscì a scattare il selfie!
Che eredità lascia Papa Francesco?
“Lascia una voce di speranza. Ha sempre chiesto più umanità, più attenzione per i carcerati, ha invocato gesti di clemenza, ma purtroppo le sue richieste non sempre sono state accolte. Ricordo quando, durante un’estate torrida a Rebibbia, arrivarono due gelati per ogni detenuto, inviati dal Papa. Quel gesto fu una carezza più per l’anima che per il corpo. Ho saldato il mio debito con la giustizia. Vivo a Roma con Simona e mi dedico al volontariato. È il mio modo di restituire il bene che ho ricevuto. Non voglio spezzare la catena del bene”.











