di Paola Balducci
Il Dubbio, 26 febbraio 2026
Il caso del poliziotto di Rogoredo si sta trasformando in qualcosa di più di una vicenda giudiziaria, sta diventando uno specchio politico il cui riflesso non è lusinghiero. All’inizio c’era la narrazione semplice: un agente che interviene in un contesto noto per lo spaccio, un’area simbolo del degrado milanese, il “boschetto della droga”. La reazione è stata immediata, facendo emergere due cavalli di battaglia del dibattito pubblico: l’accusa alla magistratura di aprire fascicoli contro chi “difende la legge” e l’invocazione dello scudo penale per le forze dell’ordine, tema caldissimo proprio mentre si definisce il nuovo pacchetto sicurezza.
Poi sono arrivate - fortunatamente - le indagini della Procura di Milano. Quando gli inquirenti hanno ipotizzato che l’omicidio potesse essere legato a dinamiche connesse allo spaccio in cui sarebbe coinvolto anche l’agente, la narrazione si è incrinata. La frase più significativa, però, è stata un’altra: “Non esiste alcuno scudo penale”. E formalmente è vero, nei decreti sicurezza non c’è una vera e propria norma che faccia da scudo agli appartenenti alle forze dell’ordine. Non è un mistero che ciò che destava particolare allarme fosse la possibilità che, nella prima ideazione della norma, lo “scudo penale” potesse essere riferito in particolare alle forze dell’ordine, così proteggendone l’operato.
È anche grazie all’intervento del Quirinale che questa norma è stata rivista, rendendola applicabile nei confronti di chiunque agisca in presenza di una causa di giustificazione. Nel decreto si parla di un registro separato - non il registro degli indagati - in cui annotare il nome della persona a cui è attribuito il fatto, che non sarà più tecnicamente indagata ma potrà partecipare con un avvocato o un consulente a eventuali attività di indagine, conservando diritti e garanzie. Siamo davanti a un dispositivo normativo simbolico più che innovativo. Ma i simboli, in politica, pesano.
Il punto è molto semplice: fatti di questa gravità non possono essere sottratti al normale svolgimento delle indagini. Non esiste democrazia in cui un omicidio - chiunque sia coinvolto - possa essere sottratto alla verifica dell’autorità giudiziaria. E proprio perché occorre verificare in ogni caso se vi sia stato un “attacco all’uomo in divisa”, le indagini servono: servono a distinguere le responsabilità dalle narrazioni.
L’iscrizione nel registro degli indagati non è una condanna morale, serve a garantire diritti e accertare verità. Trasformarla in uno scandalo politico significa mettere in discussione un principio elementare dello Stato di diritto: la legge è uguale per tutti, soprattutto in una fase fondamentale come quella delle indagini, anche quando a essere coinvolto è chi quella legge è chiamato a farla rispettare.
Il caso Rogoredo probabilmente contribuirà a raffreddare le ipotesi più radicali di introduzione di uno scudo penale vero e proprio. Ma la questione di fondo rimane un’altra, più giuridica che politica: le indagini non sono un atto ostile nei confronti di nessuno, bensì lo strumento attraverso cui si tutelano tutti: la vittima, l’indagato, l’istituzione di appartenenza.
Confondere la sicurezza con l’immunità sarebbe un errore concettuale prima ancora che normativo. La sicurezza è funzione dello Stato e si fonda sulla legalità. Proprio perché chi indossa una divisa esercita un potere pubblico, l’accertamento rigoroso dei fatti è la condizione che preserva la credibilità delle istituzioni e la fiducia dei cittadini. Rogoredo, più che una questione di scudo penale, è un promemoria su questo equilibrio essenziale.









