di Giovanni Ravasio
Il Dubbio, 7 ottobre 2026
“Never lose your smile”, non perdere mai il sorriso. “Billions must die”, miliardi devono morire. “High score”, il punteggio, cioè il numero dei morti. “Supreme gentleman”, il gentiluomo supremo, come si definiva Elliot Rodger, che nel 2014 a Isla Vista, in California, ha ucciso sei persone prima di togliersi la vita. Nei video e nel manifesto lasciati prima della strage incolpava le donne che lo avevano rifiutato e gli uomini che, secondo lui, avevano preso il suo posto. Ho sentito queste frasi in classe più di una volta, dette da ragazzi di 12 e 13 anni. Se sappiano da dove vengono, non è sempre chiaro. Forse sì, forse no. Di certo vengono tutte dallo stesso posto: la True Crime Community e la galassia che i ricercatori chiamano nichilismo violento. “Never lose your smile” è il motto di alcune divisioni online neonaziste. “Billions must die” nasce come meme ironico su 4chan.
Faccio l'educatore e il formatore. Ogni settimana entro nelle scuole medie e superiori, nei centri giovanili e negli oratori della provincia di Bergamo. Con gli adulti tengo corsi per insegnanti e genitori. Nell'ultimo anno e mezzo ho visto entrare nel vocabolario giovanile termini e nomi che prima non sentivo offline. Ragazzini delle medie sanno chi era Adam Lanza, che nel 2012 ha ucciso venti bambini e sei adulti nella scuola elementare Sandy Hook, in Connecticut. Conoscono Eric Harris e Dylan Klebold, i due studenti che nel 1999 hanno fatto strage alla Columbine High School, in Colorado. Ne usano il lessico.
Quando ne parlo agli insegnanti, parto sempre da lì. Harris e Klebold hanno lasciato diari, video e disegni: materiale da studiare e imitare. Nel computer di Lanza gli investigatori hanno trovato un foglio di calcolo con centinaia di stragi ordinate per numero di morti. Una classifica. Nel 2019 Brenton Tarrant ha ucciso 51 persone in due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, trasmettendo tutto su Facebook. Da allora il formato è fisso: manifesto prima, diretta durante, montaggi dopo. È lo stesso formato che i ragazzi vedono circolare nei loro canali.
Dallo schermo alla classe - Quei nomi arrivano da uno spazio online preciso, la True Crime Community, TCC. Nasce come comunità di appassionati di cronaca nera. La sua frangia estrema trasforma gli autori delle stragi in “santi” da venerare e imitare. Per capire come funziona dall'interno ho collaborato con Elisabetta Rosso, giornalista di Fanpage.it , nel suo podcast Abisso. È rimasta quattro mesi in queste chat con un profilo falso, producendo un video-reportage che descrive in maniera accurata il fenomeno. Il 25 marzo quel mondo è uscito dallo schermo a pochi chilometri da dove lavoro. A Trescore Balneario un tredicenne ha accoltellato la docente di francese Chiara Mocchi. Filmava in diretta. Sulla maglietta aveva scritto a mano “Vendetta”. Da quel giorno gli insegnanti che incontro mi fanno domande diverse.
Poi il modello si è ripetuto. Il 29 maggio, a San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, un dodicenne ha provato a colpire il professore di tecnologia. Sul casco aveva due scritte: “Columbine” e il nome del ragazzo di Trescore. A settembre, a Roma, nel quartiere di Centocelle, un tredicenne ha spruzzato spray urticante contro la professoressa Isabella Marsilio e poi l'ha colpita con un coltello. In testa aveva un casco con un telefono per trasmettere tutto su Telegram. Lo ha bloccato un compagno di classe. Cinque giorni dopo, mercoledì 23 settembre, a Lamezia Terme, uno studente di 14 anni ha nascosto un coltello nei bagni della scuola. Voleva colpire la professoressa di italiano. Aveva annunciato il piano in un gruppo Telegram. Alcuni compagni della chat lo hanno segnalato agli adulti e i Carabinieri lo hanno fermato in tempo.
Quando il meme diventa un linguaggio - I ragazzi che incontro non sono potenziali assassini. Quasi tutti restano spettatori. L'ingresso passa dall'ironia: un meme, un video su TikTok, una parola chiave nei commenti. Poi qualcuno manda il link a un canale Telegram. A quel punto l'ironia diventa la lente con cui guardano il mondo. Una strage diventa un contenuto. L'autore diventa un personaggio, con le sue frasi e i suoi simboli da ripetere. Dentro i gruppi c'è una spinta precisa. Chi parla e non agisce viene accusato di “larpare”, cioè di recitare una parte. Chi agisce entra nella galleria dei santi. Il ragazzo più fragile sente di dover dimostrare qualcosa. La community prende il suo risentimento verso il mondo, giusto o sbagliato che sia, e gli dà una forma: una maglietta, un casco, una diretta.
Agli incontri con insegnanti e genitori la prima domanda è sempre la stessa: come ce ne accorgiamo? Rispondo che spesso non ce ne accorgiamo. I segnali stanno in un telefono che gli adulti non guardano, scritti in una lingua che non conoscono. Il vocabolario cambia in fretta. Le chat chiudono e riaprono in poche ore. Quello che possiamo fare è sapere che queste community esistono, riconoscerne i codici di base e parlare con i ragazzi senza liquidare il loro mondo come stupido. Molti di loro sono curiosi e intelligenti. Capiscono subito quando un adulto li prende sul serio e quando li giudica.
A Lamezia l'allarme non l'ha dato un insegnante. L'hanno dato i compagni che stavano in quella chat. Dentro una chat che nessun adulto avrebbe mai letto, hanno capito che la cosa era seria e che fuori c'era qualcuno pronto ad ascoltarli. Questa fiducia non nasce il giorno dopo un'aggressione. Si costruisce prima, nelle ore di lezione, nei pomeriggi in oratorio e nei centri giovanili, nelle risposte che diamo quando un dodicenne dice “Supreme Gentleman” e ride. In quel momento un adulto può chiudere il discorso con un rimprovero. Oppure può chiedere: cosa vuol dire? Dove l'hai sentito? Cosa rappresenta per te questo mondo digitale? È un lavoro lento e non dà garanzie. Però è l'unico modo diretto che conosco per sapere cosa succede in quei telefoni: farcelo raccontare da chi li tiene in mano.









