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di Ilaria Cucchi

facebook.com, 30 settembre 2025

Sono le parole dell’agente che mi ha accolto, questa mattina, al carcere di Prato. Le avevo chiesto di spiegarmi le condizioni della struttura. Senza rispondermi, mi ha risposto. Negli occhi le ho letto tristezza, frustrazione. Senso di impotenza. Sono questi i sentimenti che si respirano in un “contenitore complesso”, come l’hanno definito altri agenti. L’acqua scende dal soffitto in ogni reparto. La struttura cade a pezzi. Le celle sono piene. E di chi, se non degli ultimi della nostra società. Un detenuto su tre ha problemi con la tossicodipendenza. Le patologie psichiatriche, ugualmente, abbondano. E badate bene, non è solo Ilaria Cucchi, a dire che non possono essere curate in carcere.

È lo stesso personale, che non sa come fare a garantire un minimo di giustizia. Mi soffermo su un esempio concreto. Una storia particolare, ma come tante: quella di un detenuto, chiamiamolo Giuseppe, che avrebbe diritto a una REMS. Il suo trasferimento fuori dal carcere è già stato disposto dal giudice. O meglio, sarebbe stato disposto. Perché una REMS pronta ad accogliere Giuseppe, oggi, non c’è. Non c’è, da quasi nove mesi a questa parte.

Nel frattempo il detenuto è guardato a vista da un agente, per impedire che si faccia del male. È questa la verità del carcere. La reciprocità, nella sofferenza. Per ogni detenuto condannato in un luogo ingiusto, c’è un agente sovraccaricato di responsabilità, non sue. Quando dico che il governo parla tanto di sicurezza senza sapere cosa dice, intendo proprio questo. Il carcere, infatti, non è solo un contenitore complesso. È una vera e propria “discarica sociale”.

In cui ogni persona è ridotta a mero ingranaggio di una macchina che non funziona e non può funzionare. Questo danneggia tutti. I detenuti, senza diritti. Gli agenti, sempre sotto organico, che devono fare anche gli psichiatri. I cittadini, perché un carcere così aumenta solo la recidiva. Uscendo dal carcere, pensavo che in Italia c’è chi prova “intima gioia” a non far respirare i detenuti. Fatalità, il carcere di Prato, come tanti altri, per tanti aspetti rispecchia proprio questa idea, se così possiamo chiamarla. Un’idea che a me disgusta. Un’idea che dovrebbe disgustare tutti. E che si combatte con l’umanità. Capendo che non saremo mai più sicuri, finché continueremo a produrre sofferenza.