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di Fabio Cavallari*

Ristretti Orizzonti, 14 agosto 2026

La nuova legge affida alle comunità persone che sono insieme condannati sottoposti a prescrizioni e pazienti esposti alla ricaduta. Che cosa accade quando il fallimento terapeutico viene letto come disobbedienza? La nuova legge sulla detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti contiene due parole difficili da tenere insieme. Detenzione e cura. Una pena può essere scontata. Una cura no. Non perché curare significhi cancellare la responsabilità, ma perché nessuna relazione terapeutica può essere ridotta all’esecuzione corretta di una prescrizione. Il provvedimento consente di seguire un programma terapeutico fuori dal carcere e riconosce che la dipendenza domanda cura. Se il percorso fallisce senza violazioni imputabili alla persona, si può autorizzare un trasferimento. La legge accetta così che una cura possa non riuscire al primo tentativo.

Angelo Palmieri, su Vita, e Ristretti Orizzonti hanno già mostrato l’insufficienza delle risorse e il rischio di trasformare le comunità nel luogo in cui trasferire una pena. Ma la questione non finisce con i numeri o con l’indirizzo della struttura. Chi entra in comunità porta con sé due condizioni che non coincidono. Per la giustizia è un condannato sottoposto a prescrizioni. Per chi lo cura è un paziente che può attraversare resistenze, silenzi, ricadute e nuovi inizi. La grammatica della pena distingue la regola dalla violazione e collega alla violazione una conseguenza. Quella della cura prova a comprendere che cosa dica un gesto e quale parte della malattia riveli. Lo stesso comportamento può apparire all’una come disobbedienza e all’altra come sintomo.

Non si tratta di negare la responsabilità o di trasformare ogni infrazione in una giustificazione clinica. Una comunità deve avere regole e segnalare i comportamenti incompatibili con il percorso. Esiste però anche il rischio di chiamare colpa ciò che appartiene ancora alla malattia. Nella dipendenza la ricaduta non rappresenta necessariamente la negazione della cura. Spesso ne rivela la difficoltà. La domanda più delicata è allora racchiusa in poche parole. Chi decide quando un fallimento è colpevole?

La distinzione fra esito negativo e violazione è ragionevole sul piano giuridico. Nella vita di una persona dipendente il confine può essere meno nitido. Una ricaduta può generare una menzogna, un allontanamento, la rottura di una regola. Il sintomo e la trasgressione possono abitare lo stesso gesto. Separarli richiede tempo, competenza e conoscenza della storia individuale. Se riconosciamo la ricaduta come parte possibile della malattia e lo dimentichiamo quando il paziente è anche detenuto, finiamo per offrirgli una cura che deve meritare attraverso l’obbedienza.

Anche gli operatori sono consegnati a una posizione difficile. Devono costruire una relazione terapeutica e comunicare l’andamento del programma e le eventuali violazioni. Confessare una ricaduta può essere il primo gesto di responsabilità. Ma se viene vissuto come la strada più breve verso il carcere, il silenzio diventa una difesa. La cella è lontana e tuttavia partecipa alla conversazione. Il successo della riforma non si misurerà soltanto contando quante persone usciranno dal carcere. Occorrerà sapere quante avranno proseguito la cura dopo una ricaduta e quante saranno state ascoltate prima della revoca. Serviranno valutazioni cliniche autonome, capaci di distinguere la crisi dalla rottura deliberata del patto, e continuità terapeutica anche quando la misura penale dovesse interrompersi.

Una comunità non dovrebbe essere giudicata dalla capacità di produrre percorsi senza cadute, ma anche da quella di non abbandonare una persona alla prima caduta. Altrimenti accoglieremo soprattutto chi possiede già gli strumenti per riuscire e riconsegneremo al carcere chi manifesta nella forma più dura la malattia che avevamo dichiarato di voler curare. Il diritto alla cura finirebbe per appartenere a chi dimostra di averne meno bisogno.

La giustizia deve chiedere conto dei gesti compiuti. La cura deve impedire che una persona coincida per sempre con quei gesti. Essere responsabili può significare riconoscere la caduta e accettare l’aiuto necessario per riprendere il cammino. Una pena finisce quando il tempo stabilito è trascorso. Una cura comincia quando la caduta non cancella tutto il cammino. La prima misura il tempo. La seconda custodisce una possibilità. La pena si sconta. La cura, se è cura, si incontra.

*Scrittore