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di Chiara Cruciati


Il Manifesto, 21 settembre 2020

 

L'annuncio dopo lo scontro, in mezzo al deserto, tra un blindato russo e uno statunitense. L'annuncio della ritirata nel 2019 fu via libera occulto all'invasione turca, oggi sotto accusa dell'Onu per crimini di guerra. Un centinaio di soldati statunitensi e sei veicoli blindati arriveranno a breve nel nord della Siria, rinforzo del contingente presente. In contemporanea aumenterà sia la frequenza dei pattugliamenti che i sistemi radar. La notizia è stata data una fonte anonima dell'esercito degli Stati uniti, descrivendo la mossa come necessaria a evitare (o accendere, dipende dai punti di vista) un'escalation militar-diplomatica con la Russia nella regione. Alla fine di agosto due veicoli militari, uno russo e l'altro americano, si sono scontrati nel nord della Siria, sette soldati Usa sono rimasti feriti.

Scambio vicendevole di accuse, chi ha colpito chi nel bel mezzo del deserto: Mosca aveva dato comunicazione all'esercito Usa di sue pattuglie nella zona, la versione russa; quell'area è una "zona di sicurezza" in cui i russi non devono entrare, la versione statunitense. Da cui la decisione di inviare altri uomini, ha detto venerdì il portavoce del Comando Usa, il capitano Bill Urban, senza nominare la Russia: serviranno a "garantire la sicurezza delle forze della Coalizione".

Ed ecco che, apparentemente di colpo, ritornano tensioni che si immaginavano sopite e le sirene di una guerra mai finita, quella siriana. Ma gli americani dal nord della Siria non si sono mai ritirati. Undici mesi fa, nell'ottobre 2019, l'annuncio del presidente Trump di ritirare le truppe Usa dava un occulto via libera alla Turchia del presidente Erdogan per invadere il nord della Siria, il Rojava a maggioranza curda. Gli americani in ritirata verso il vicino Kurdistan iracheno avevano intercettato la rabbia dalle comunità locali, lanci di pietre e insulti ai blindati che lasciavano gli alleati preda della galassia turco-diretta di milizie islamiste e jihadiste.

Ma gli americani non hanno mai lasciato il nord della Siria. Hanno lasciato Manbij, la città simbolo della sconfitta dell'Isis inferta dalle Sdf (la federazione multietnica e multiconfessionale nata dall'esperienza curda del confederalismo democratico) dove erano di stanza per la regione di Deir Ezzor. Appena una settimana dopo l'invasione turca, Trump candidamente annunciava l'intenzione di non ritirarsi più: "Un piccolo numero di soldati" rimarrà al confine centro-orientale con Giordania "a protezione del petrolio" perché "se entri dentro tieni il petrolio". Annuncio confermato dal Pentagono che parlava di una redistribuzione di una quota dei 2mila marines all'epoca presenti nel Rojava.

Infine, a fine novembre 2019, da Manama interveniva il generale McKenzie del Commando centrale Usa: "Non ho una data di fine" per il ritiro, aveva detto indicando in almeno 500 i marines che sarebbero rimasti al fianco delle unità di difesa curda in chiave anti-Isis. In un tripudio di ipocrisia, i soldati americani sono rimasti in Siria. E non sono 400 o 500, sarebbero almeno mille secondo quanto dichiarato dal Pentagono. Ora aumentano di nuovo. Perché la missione non è accomplished: c'è ancora il grande punto interrogativo di Idlib, tuttora in mano ai jihadisti filo-turchi, ma soprattutto non c'è pace all'orizzonte né un effettivo avvio della ricostruzione, enorme business su cui si stanno lanciando da tutti, dai russi (ovviamente) a cui il presidente Assad ha garantito la parte del leone ai paesi del Golfo, alleati Usa.