di Corrado Zunino
La Repubblica, 1 dicembre 2022
Volodymyr Vakulenko, 50 anni, attivista, è stato rapito due volte dai russi. Il suo corpo trovato in una fossa comune con altri 400. La madre aveva individuato i rapitori: “Suo figlio è stato mandato fuori dall’Ucraina”. Sotto un ciliegio l’ultimo diario: “Credo nella nostra vittoria”.
Il 23 marzo, sapendo che gli invasori sarebbero venuti a prenderlo, ha scritto a mano trenta pagine di annotazioni. L’ultimo diario, righe fitte. Ha chiuso i pensieri, Volodymyr Vakulenko, in questo modo: “Ogni cosa sarà Ucraina! Credo nella nostra vittoria”. Ha seppellito il diario, con la sua icona comics in copertina, un guerriero e il suo spadone, sotto il ciliegio del giardino di casa e ha detto al padre: “Dallo alle nostre truppe quando arriveranno”. Il giorno dopo i russi lo hanno rapito: ammanettato nella sua cucina di Kapytolivka, un villaggio alla periferia di Izyum, l’Est caduto a inizio guerra.
Lo hanno liberato e rapito ancora, ora in aprile. Volodymyr non scappava. Due giorni fa è arrivata la conferma dalle analisi del Dna: quel corpo sepolto con altri quattrocento uomini e donne senza nome, la tomba numero 319 di una fossa comune a ridosso di Izyum, era del poeta e scrittore e attivista Volodymyr Vakulenko-K, questo il suo nome da autore. La moglie Iryna lo ha riconosciuto dal tatuaggio sul braccio. La scrittrice Viktoria Amelina ha raccontato su Facebook gli ultimi giorni di libertà del romanziere amico. “Ho scavato io sotto il ciliegio”, e ha mostrato in rete l’ultima opera di un autore considerato in Europa e amato in tutta l’Ucraina.
Vakulenko aveva pubblicato tredici libri. E vinto due premi letterari nazionali, uno, con il romanzo “Cemetery of Hearts”, è l’Oles Ulyanenko International Literary Award. Scriveva preferibilmente per i bambini, riferimento costante. Nel 2007 realizzò l’almanacco “Izumska Gora”, ispirato alle sue terre nel Kharkhiv. È stato editore, traduttore, membro di gruppi letterari e la sua “controletteratura” è stata restituita in sei lingue. Anche in russo e in tataro di Crimea.
L’uomo, l’intellettuale, si è sempre speso per la questione ucraina, la causa dell’indipendenza. Ha partecipato alla Rivoluzione della dignità, con i tre giorni del febbraio 2014 trascorsi a Maidan, la piazza più importante di Kiev, e repressi luttuosamente dalla polizia. Quei giorni portarono alla fuga del presidente Viktor Yanukovich mentre lui, Vakulenko, venne ferito nel Parco Mariinsky. Dall’anno successivo avrebbe sposato l’attivismo politico e sarebbe così entrato negli archivi dei servizi russi. Era già successo con il giornalista-soldato di Leopoli, Viktor Dudar. E sono diversi gli sportivi, i ballerini ucraini, che in questi nove mesi di conflitto hanno prestato i loro corpi a una nazione e sono stati uccisi.
I genitori hanno cercato Volodymyr per sei mesi. La madre, Olena, aveva scoperto il luogo di detenzione e ha provato ad avvicinare il comando che aveva operato nel suburbio di Izyum in primavera. Le hanno detto: “Suo figlio è stato portato fuori dall’Ucraina”. Non era vero. #SaveVakulenko è diventato un hashtag frequentato su Facebook fino a quando, l’inizio di settembre, Izyum, stremata, è stata liberata e le forze ucraine hanno scoperto una fossa comune enorme. Conteneva quattrocento corpi. I cronisti di Suspilne hanno poi ricostruito come il servizio funebre locale avesse segnato con il numero 319 la sepoltura dello scrittore. Volodymyr Vakulenko lascia due figli, uno disabile. Le sue trenta pagine disseppellite sotto il ciliegio ora sono al Museo letterario di Kharkiv.










