di Carlo Bastasin
La Repubblica, 27 agosto 2022
La decisione di invadere l’Ucraina fa parte della visione di Vladimir Putin del ruolo globale della Russia. Segmentare la globalizzazione e ricostruire aree di influenza - russa, cinese, americana - sarebbe servito a garantire che le dimensioni modeste dell’economia russa fossero avessero ancora un peso sul piano globale. Le conseguenze economiche del conflitto, gli effetti delle sanzioni e il ridisegno delle alleanze economiche, sono dunque parte integrante degli obiettivi dell’invasione, ma non stanno andando nella direzione desiderata da Putin.
L’ammissione delle difficoltà, espressa ieri da Elvira Nabiullina, la governatrice della banca centrale di Mosca, è importante per due ragioni: da un lato rivela che una continuazione troppo protratta del conflitto peserebbe severamente sull’economia russa; dall’altro, che per le imprese russe non è pronta un’alternativa al modello attuale di rapporti commerciali con l’Occidente. Secondo Nabiullina, non c’è prodotto russo che non dipenda da componenti estere.
Curiosamente, la stessa conclusione sulla difficoltà di ridurre l’integrazione globale, accorciando le catene di fornitura, viene tratta in questi giorni dal Fondo monetario. Il mondo degli ultimi 30 anni è diventato una realtà interdipendente, nella quale non è facile recidere i canali di comunicazione. Non lo è per la Cina e nemmeno per un’economia grande un decimo come la Russia.
In puri termini economici, la globalizzazione ha aumentato il rendimento del capitale investito nel mondo attraverso una migliore allocazione delle risorse, risparmiando sui costi di produzione, incoraggiando la specializzazione e aumentando le dimensioni delle imprese. Nel fare tutto ciò ha creato vincitori e perdenti. Dopo 30 anni, i rendimenti del capitale globale tendono a calare e il rapporto tra chi beneficia e chi perde dai commerci globali peggiora, creando insoddisfazione e nazionalismo. In Russia tra il ‘99 e il 2008 il pil era aumentato dell’80% circa, ma negli ultimi sette anni era cresciuto solo del 3%. Il governo russo non ha sfruttato la prima fase di integrazione globale per creare un modello di sviluppo che andasse oltre il commercio di materie prime.
Dopo la crisi finanziaria del 1998, fu proprio la Russia a dare alla globalizzazione uno speciale carattere politico. In quegli anni, molte economie emergenti reagirono alle difficoltà finanziarie con un’enorme accumulazione di riserve valutarie. Il venir meno di sistemi di cambi fissi, spinse i governi ad adottare politiche di disciplina sia monetaria sia fiscale per assicurarsi che la fluttuazione delle valute non fosse destabilizzante. Da allora, nessun paese emergente integrato nell’economia globale ha avuto bisogno di assistenza dal Fondo monetario. Per quanto paradossale, infatti, finora la globalizzazione aveva spinto i paesi a essere autosufficienti. Quello che sta avvenendo ora a Mosca dimostra invece che l’autosufficienza finanziaria non basta e che quella reale forse non esiste più o non regge se i rapporti diventano ostili. Non è un caso che Putin, che interpreta ogni cosa in termini di rapporti di forza, abbia sottovalutato la cooperazione europea.
Quando la guerra tacerà, tra i bilanci da trarre ci sarà anche quello sull’integrazione dell’economia globale. L’insoddisfazione per la globalizzazione ha alimentato proteste anche in Occidente e linee politiche pericolosamente affini a quelle di Putin. A Kiev nel 2013 la mobilitazione di Maidan era sorta invece dal desiderio dei giovani ucraini di integrarsi con le libertà di scambio e di movimento europeo. Un modo per umanizzare lo scontro tra queste due profonde correnti della storia va trovato, prima che sfocino in nuovi conflitti.










