di Francesca Mannocchi
La Stampa, 24 dicembre 2025
È stato l’anno della fine del diritto internazionale, calpestato senza poter punire chi lo infrange. Viene sottomesso senza scrupoli all’interesse nazionale. L’Ue produce regole, non deterrenza. Il 2025 sarà ricordato come l’anno in cui abbiamo accettato che le guerre potessero essere governate da regole diverse, applicate a seconda del contesto, degli alleati, della geografia morale di chi guarda. Non è stata la violazione del diritto internazionale a segnare questo tempo - il diritto è sempre stato violato - ma la sua trasformazione in strumento selettivo, invocato quando utile, sospeso quando scomodo, svuotato del suo presupposto fondamentale: l’universalità. Per tutto l’anno abbiamo continuato a evocare il diritto internazionale come se fosse una struttura solida, quando ormai funziona come un lessico flessibile: utile a denunciare l’avversario, facilmente accantonabile quando ostacola una strategia. Non è il suo tradimento a definire questo tempo, ma la sua perdita di universalità.
Le due guerre che hanno scandito il 2025 hanno reso evidente questa mutazione. Non perché siano uguali, ma perché, in modi diversi, hanno contribuito a smontare l’idea che esista un diritto valido indipendentemente dai rapporti di forza. Nel 2025, le violazioni del diritto internazionale non sono state episodiche, ma strutturali. A Gaza, secondo le Nazioni Unite, oltre il 70 per cento delle vittime registrate sono civili, con una percentuale senza precedenti di donne e minori; interi quartieri sono stati rasi al suolo, le infrastrutture sanitarie sistematicamente colpite, l’accesso ad acqua, cibo e cure trasformato in leva militare, mentre l’ordine di evacuazioni di massa verso aree poi bombardate ha svuotato di significato il principio di protezione della popolazione civile. In Cisgiordania, parallelamente, il 2025 ha visto un aumento record delle uccisioni di civili palestinesi, delle incursioni armate e dell’espansione degli insediamenti israeliani, in violazione del divieto di trasferimento della popolazione della potenza occupante, con una violenza quotidiana che non assume mai la forma dichiarata della guerra ma ne produce effetti permanenti.
In Ucraina, la Russia ha continuato a colpire infrastrutture civili ed energetiche, a deportare forzatamente bambini dai territori occupati e a rivendicare l’annessione di regioni non interamente conquistate, trasformando il controllo militare incompleto in pretesa giuridica; allo stesso tempo, ha reagito ai mandati di arresto della Corte penale internazionale contro Vladimir Putin con minacce dirette e provvedimenti simbolici contro i giudici, negando non solo la responsabilità dei crimini, ma la legittimità stessa di un ordine giuridico sovranazionale. In tutti e tre i casi, ciò che emerge non è solo la violazione delle regole, ma la loro progressiva neutralizzazione come limite effettivo all’uso della forza.
Gaza, la Cisgiordania e l’Ucraina hanno mostrato che l’ordine internazionale costruito dopo il 1945 non è più un sistema condiviso di regole, ma un repertorio di argomenti. E che la forza, tornata a essere linguaggio primario, non sente più il bisogno di giustificarsi davanti a un tribunale morale comune.
La guerra in Ucraina, entrata nel 2025 in una fase di stallo logorante, continua a essere formalmente un’aggressione armata contro uno Stato sovrano. Ma anche qui, il diritto internazionale è diventato terreno di contesa e non cornice condivisa. Mosca lo viola non solo sul campo, ma nel linguaggio politico: proponendo negoziati fondati sull’annessione di territori non interamente conquistati, trasformando la forza in pretesa giuridica, ribadendo che il confine non è più una linea riconosciuta ma un risultato provvisorio della pressione militare.
Le minacce e le condanne simboliche contro i giudici della Corte penale internazionale non sono episodi marginali. Sono parte di una strategia precisa: delegittimare l’idea stessa che esista un foro superiore al potere degli Stati. In Ucraina, il diritto non è solo violato: è apertamente sfidato come principio. La guerra non produce soltanto crimini, ma un modello alternativo di ordine, in cui il fatto compiuto precede e sostituisce la norma.
A Gaza, e in Cisgiordania la guerra ha assunto una forma diversa. La risposta israeliana all’attacco del 7 ottobre ha prodotto qualcosa che va oltre la categoria della rappresaglia militare: una distruzione sistemica, un collasso umanitario, una normalizzazione della punizione collettiva che ha reso indistinguibile il confine tra obiettivo militare e spazio civile. Qui il diritto internazionale non è stato rovesciato frontalmente. È stato aggirato. Le categorie che dovrebbero limitarne l’uso - proporzionalità, necessità militare, protezione dei civili - sono rimaste in circolazione come formule, ma hanno perso la capacità di arrestare l’azione. Non hanno funzionato come limiti, ma come giustificazioni retroattive.
Il punto non è stabilire equivalenze. È osservare la frattura che attraversa entrambe le guerre. In Ucraina il diritto viene violato rivendicandone l’inutilità. A Gaza viene svuotato mantenendone il lessico. In entrambi i casi, ciò che si incrina è l’idea che le regole valgano indipendentemente da chi combatte e da chi muore.
L’Unione Europea appare sempre più come una potenza normativa in un mondo che premia la forza. Produce regole, ma non deterrenza. Difende principi, ma non accetta il costo politico di farli valere. Nel 2025 questa asimmetria è diventata strutturale. L’Europa ha continuato a presentarsi come custode dell’ordine giuridico internazionale senza possedere la forza politica per difenderlo. Ha sostenuto Kiev, ma con una crescente esitazione strategica. Su Gaza ha moltiplicato dichiarazioni e richiami, senza incidere sulle dinamiche reali del conflitto. Ha mostrato ancora una volta la sua contraddizione: produrre norme, ma non potere; evocare valori, ma non accettarne il costo.
L’Europa che ha contribuito a costruire il diritto internazionale moderno si è ritrovata a osservarne l’erosione senza riuscire a pagarne il costo politico della difesa. E questo ha prodotto un messaggio implicito ma potente: i valori contano finché non diventano troppo onerosi.
Gli Stati Uniti, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, hanno reso esplicita una tendenza già in atto. La politica estera americana ha abbandonato ogni pretesa di universalismo. L’Ucraina è stata trattata come una variabile negoziale. Israele come un alleato non condizionabile. Il diritto internazionale come un vincolo subordinato all’interesse nazionale. Il messaggio è stato netto: la forza non ha bisogno di legittimazione, e la legittimazione non produce più ordine.
In questo quadro, l’idea stessa di un ordine globale regolato è apparsa come un residuo del passato. Il trumpismo, in questo senso, non è solo una leadership. È una cultura politica che ha già vinto: quella per cui la forza non ha bisogno di legittimazione morale e la legittimazione morale non produce potere.
Le conseguenze non sono solo geopolitiche. Sono morali. Nel 2025, l’opinione pubblica globale si è polarizzata fino a perdere la capacità di un giudizio complesso. La sofferenza dei civili è diventata un argomento, non più un fatto. Questo non ha reso il mondo più cinico. Lo ha reso più fragile. Perché quando il diritto non è più universale, nemmeno l’empatia lo è.
Alla fine del 2025 non restano risposte rassicuranti. Restano domande più nette. Che valore ha un sistema di regole che sopravvive solo sulla carta? Che credibilità può avere un Occidente che difende il diritto a geometria variabile? E che mondo si costruisce quando la forza smette di sentire il bisogno di giustificarsi? Alla fine di quest’anno resta una constatazione semplice e dura: il diritto internazionale non muore quando viene violato. Muore quando non viene più preteso come universale.
Il paradosso del 2025 è che il diritto internazionale continua a essere chiamato in causa proprio mentre ha smesso di esercitare una reale forza coercitiva. Gli asset russi congelati in Europa restano in larga parte inutilizzati per il timore di violare i principi di legalità e di tutela della proprietà, mentre gli stessi ministri di Mosca si permettono di minacciare ritorsioni contro gli Stati europei qualora decidessero di farvi ricorso. Come se il rispetto della legge fosse diventato un obbligo unilaterale, vincolante solo per chi continua a riconoscerne l’autorità. È qui che si consuma la frattura più profonda: un mondo in cui la legge non è accompagnata dalla possibilità della pena non è un mondo imperfetto, ma un mondo pre-giuridico, uno spazio in cui le norme sopravvivono come enunciazioni di principio, mentre la forza torna a essere il criterio ultimo di validità. E quando la legge chiede di essere rispettata senza poter punire chi la infrange, smette di essere legge e si riduce a testimonianza morale, incapace di produrre ordine.










