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di Aldo Cazzullo

Corriere della Sera, 1 luglio 2022

Come un po’ tutti quelli che hanno fatto i cronisti negli ultimi 35 anni in Italia, ho conosciuto diversi ex terroristi. Alcuni - penso ad esempio a Chicco Galmozzi - erano consapevoli del dolore causato, delle sofferenze di chi resta, del contesto in cui la lotta armata era nata e cresciuta.

Altri dimostravano una freddezza, una rimozione, un menefreghismo inaccettabili. È lo spirito che ho trovato nelle dichiarazioni di uno dei dieci condannati di cui l’altro ieri la Francia ha negato l’estradizione: Narciso Manenti, condannato all’ergastolo in Italia per l’assassinio del carabiniere Giuseppe Gurrieri, davanti al figlio Mauro che era con lui.

Intervistato dal Corriere di Bergamo nel 2019, Manenti ha parlato della sua nuova vita in Francia, la casetta a Châlettesur-Loing, Valle della Loira, l’impresa di pulizie, i tre figli: “Sono innocente. Non rivedo mai quegli anni, è una storia passata e non ci penso mai”. Beato lui. Mauro Gurrieri ci pensa. Noi ci pensiamo.

In estrema sintesi: verità. Ha ragione Mario Calabresi: il carcere a Pietrostefani non cambia e non serve; la verità sì. Serve alle famiglie e alla comunità nazionale. Il figlio del commissario ha incontrato Pietrostefani, “Dio è passato anche da lui” ha detto al Corriere la signora Gemma Calabresi.

Ultima cosa: inutile firmare i trattati del Quirinale, mandare un ministro in gita a Parigi alle riunioni del governo francese, ricevere l’omologo transalpino, quando le sentenze italiane vengono trattate alla stregua di quello di uno Stato totalitario e persecutore. Macron non c’entra nulla, la decisione è della magistratura francese. Ma ai tempi della dottrina Mitterrand l’integrazione europea era molto più indietro. Qualcosa dovrebbe essere cambiato nel frattempo. E la dottrina Mitterrand escludeva la protezione per i responsabili di reati di sangue.