di Lucia Capuzzi
Avvenire, 3 novembre 2019
L'Onu denuncia: già 42 morti in sei settimane di proteste contro il presidente Moise che rifiuta di lasciare. Il Paese è paralizzato. A scatenare la rabbia popolare, l'economia al collasso e gli scandali di corruzione.
La rabbia haitiana tornerà in piazza questa sera per chiedere le dimissioni del presidente, Jovenal Moise, in carica dal febbraio 2017, dopo una controversa elezione, costellata da accuse di brogli e irregolarità. Le proteste vanno avanti da un anno e mezzo, nell'indifferenza del mondo. Il "primo tempo" della rivolta è cominciato nell'estate del 2018 quando - su consiglio del Fondo monetario internazionale (Fmi) da cui aveva ricevuto un prestito di 229 milioni di dollari - il governo ha deciso di eliminare i sussidi sul carburante, facendone schizzare il prezzo di oltre il 37 per cento.
Un costo improponibile per il Paese più povero dell'Occidente, dove oltre metà della popolazione sopravvive con meno di due dollari al giorno. La furia popolare è costata la poltrona al premier, Jack Guy Lafontant - prontamente silurato - mentre la misura è stata ritirata. La tensione, però, non è rientrata.
Perché, nello stesso periodo, è emerso lo scandalo dei "fondi scomparsi di Petrocaribe": trai due e i quattro miliardi di aiuti elargiti dal Venezuela intrappolati in una rete di cui corruzione in cui sarebbero coinvolti una ventina di politici, compresi vari ministri e tre capi di Stato. Le manifestazioni sono proseguite a intermittenza, mentre l'opposizione ha aumentato la pressione in Parlamento. Tre primi ministri si sono susseguiti in un drammatico valzer e ora l'incarico è vacante. La crisi istituzionale ha peggiorato ulteriormente la già precaria economia.
Il 15 settembre, così, è cominciato il "secondo tempo", con un'escalation dei cortei in corrispondenza di un ennesimo ballo del 20 per cento dei prezzi e del crollo della moneta. Data l'esasperazione generale, le dimostrazioni spesso sfociano in scontri con le forze dell'ordine o le opposte fazioni. Da sei settimane, il Paese è paralizzato.
"Le scuole sono tutte chiuse come gli uffici pubblici, negozi e banche aprono a sprazzi. Le operazioni portuali funzionano al 20 per cento, complicando l'approvvigionamento di cibo, per la metà importato dall'estero. Perfino il famoso hotel Oloffson, rifugio di Graham Green, ha interrotto l'attività", racconta Maurizio Barcaro, italiano, da 25 nell'isola dove, nel 2000, ha creato Lakay Mwen, associazione che offre educazione gratuita a 2.500 bimbi di Port-au-Prince e Lakay.
"Ho vissuto momenti molto difficili ad Haiti. Ma mai come in questo momento", aggiunge. Intere porzioni di territorio sono isolate, per la presenza di barricate costruite dai manifestanti. A differenza di quelle dei vicini latinoamericani, però, la rivolta di Haiti non ha conquistato l'attenzione mediatica. Nemmeno quella politica, in realtà.
Due giorni fa, l'Alto commissario Onu per i diritti umani ha espresso forte preoccupazione le violenze e ha denunciato la morte di almeno 42 persone negli scontri tra dimostranti e forze di sicurezza, quasi uno al giorno. Altre 86 sono state ferite. Il 15 ottobre, le Nazioni Unite avevano chiuso ufficialmente la missione aperta quindici anni prima, mantenendo, però, un ufficio politico data la "difficile situazione".
La comunità internazionale, però, è rimasta in silenzio. In particolare, gli Stati Uniti mantengono il proprio sostegno a Moise, il quale rifiuta di andarsene. "Sarebbe un atto di irresponsabilità", ha detto la settimana scorsa. La Chiesa locale ha esortato più volte a trovare un dialogo. E il Consiglio delle Conferenze episcopali latino americane (Celam) ha esortato i fedeli del Continente a pregare per l'isola. A 33 anni dalla fine della sanguinosa dittatura del clan Duvalier, quest'ultima fatica a trovare un minimo di stabilità.
Eppure - quando quasi dieci anni fa un terribile terremoto polverizzò Port-au-Prince, uccidendo 316mila persone - il mondo si impegnò a ricostruire Haiti dalle macerie, una volta per tutte. La promessa è rimasta, però, sulla carta come due terzi dei quasi 14 miliardi di dollari promessi. E la quota arrivata si è persa, in gran parte, fra burocrazia e corruzione. Per le strade dissestate, soffocate dal fumo nero dei copertoni bruciati, intanto, l'insurrezione della fame prosegue.










