di Raffaele Sardo
La Repubblica, 30 giugno 2021
La Procura: in isolamento senza cure adeguate. Per gli inquirenti del casertano non aveva le medicine necessarie e c'è un collegamento con il raid degli agenti. Per il gip fu un suicidio. C'è anche la storia di un immigrato, Hakimi Lamine, nelle carte dell'ordinanza con cui il Gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha disposto 52 misure cautelari tra agenti e dirigenti del carcere casertano. La storia di Hakimi è una storia finita male, un giallo secondo le indagini. Hakimi è morto il 4 maggio 2020, a quasi un mese dalla protesta dei detenuti e dalle azioni violente operate, dagli agenti di polizia penitenziaria del carcere "Francesco Uccella". Era uno dei 15 detenuti spostati nel reparto di isolamento.
La procuratrice Maria Antonietta Troncone nel corso della conferenza stampa sul blitz che ha portato a 52 ordinanze, ha sottolineato: "Noi contestiamo la circostanza aggravante della morte di Hakimi Lamine seguita all'attività di tortura e di maltrattamento. Riteniamo, cioè, che ci sia un nesso causale tra l'essere sottoposto alle 4 ore di violenza e essere messo in isolamento.
Quel tipo di soggetto con la sua patologia di schizofrenico non poteva andare in isolamento proprio per le sue condizioni e una volta messo in isolamento, non poteva stare senza assumere medicine e in condizioni di abbandono e di prostrazione". Ed è qui che la storia si tinge di giallo: "Non conosciamo le circostanze di come si sia procurato gli oppiacei che ha ingerito in un reparto di isolamento - ha precisato la procuratrice - sinora non abbiamo gli elementi per capire cosa sia davvero successo". Per il Gip, però, si è trattato di un suicidio, con nessuna correlazione con i fatti oggetto di indagine. Una decisione che la Procura è decisa a contestare perché farà ricorso contro tutte le circostanze che nell'ordinanza non sono state accettate.
Nell'ordinanza che vede coinvolti tanti agenti penitenziari, tra gli indagati a piede libero, ci sono anche due medici dell'Asl di Caserta. Avrebbero attestato la falsa origine di presunte lesioni riportate da alcuni agenti del carcere di Santa Maria Capua Vetere dopo la protesta dell'aprile del 2020. Dalla ricostruzione degli inquirenti, circa 13 agenti avrebbero falsificato referti per dimostrare di essere stati picchiati dai detenuti. Dopo gli arresti degli agenti del carcere di Santa Maria Capua Vetere accusati dei reati di tortura, maltrattamenti, depistaggio, falso, trova il coraggio di parlare anche una delle vittime dei pestaggi avvenuti il 6 aprile 2020 nell'istituto di pena. "Mi hanno ucciso di mazzate, dal primo piano al seminterrato sono sceso con calci, pugni e manganellate. I poliziotti penitenziari hanno commesso un grande errore, non è così che si danno i segnali".
È ancora segnata dalla sofferenza la sua voce. Il detenuto, che non vuole rivelare il nome, è tra i pochi dei 293 malmenati ad avere presentato denuncia. Lui ebbe infatti la fortuna di uscire dal carcere il 10 aprile e di andare ai domiciliari in una località del casertano, dove i carabinieri lo ascoltarono.
"Dopo gli arresti dell'altro ieri prosegue - sono sollevato, li aspettavo da tempo. Ma ad oltre un anno di distanza ho ancora paura. Negli occhi ho ancora quei momenti terribili, mai vissuti in carcere e con nessun poliziotto della Penitenziaria, con i quali ho sempre avuto buoni rapporti. Ma quel 6 aprile fu una cosa assurda, mai vista.
Ci hanno pestato per ore, facendoci spogliare, inginocchiare, qualcuno si è fatto la pipì addosso, a qualcun altro tagliarono barba e capelli. Il giorno dopo ci hanno fatto stare in piedi non so per quanto tempo vicino alle brande, come fossimo militari. Non potevo non denunciare, ma altri compagni impauriti non lo hanno fatto. Vorrei dimenticare, spero che il processo arrivi presto".
Le parole del detenuto trovano piena conferma nel video interno al carcere che ha ripreso le violenze compiute. Intanto stamattina cominciano gli interrogatori di garanzia per gli arrestati nell'inchiesta sul carcere.











