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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 13 novembre 2025

Separare a zero Una campagna senza merito: verso il referendum sulla giustizia tra sparate, fake news e risse (anche postume) tra favorevoli e contrari alla riforma. Di Pietro contro Gratteri. Più vintage? Signorile contro Cirino Pomicino. Derby socialista: Andò contro Formica. Preferite i comunisti? Violante contro Barbera. Per i più raffinati, volendo, abbiamo Padovani contro Coppi. Bello, no? La prima parte della campagna referendaria sulla giustizia è tutta così. O peggio. La contrapposizione postuma tra Falcone e Borsellino, con annesse accuse di propalare fake news sulle passate posizioni dell’uno e dell’altro, è uno spettacolo troppo triste persino per questa maledetta seconda repubblica e mezza.

Eppure siamo qui. Mancano ancora quattro lunghissimi mesi - se va bene - al voto e il dibattito è già andato a farsi benedire. Tutti sostengono di parlare del merito. Anzi, tutti dicono che è necessario, vitale, parlare solo del merito. Eppure non lo fa nessuno. A partire dal fatto che si parla di “referendum sulla separazione delle carriere”, cioè del lato più marginale della riforma, dal momento che le funzioni di magistrati requirenti e giudicanti sono divise dai tempi della Cartabia e i passaggi dall’uno all’altro ruolo si contano nell’ordine degli zero virgola.

Il problema è che il resto è un pastrocchio difficile da spiegare: finché si rilanciano sciocchezze come la metafora del giocatore e dell’arbitro che devono avere divise diverse (il pm sarebbe il giocatore e il giudice l’arbitro. L’avvocato probabilmente è il tifoso) bene o male ci capiamo. È quando ci addentriamo nella divisione del Csm, nel sorteggio dei suoi membri e nell’istituzione di una corte disciplinare che le cose si fanno più complesse. Per non dire che, al di fuori degli addetti ai lavori, quasi nessuno sa di preciso di cosa si stia parlando.

E così mentre taluni esagerano e descrivono la riforma come il compimento del disegno di Licio Gelli nell’ormai irreversibile deriva eversiva delle istituzioni, altri rispondono parlando di “giusto processo” e di “errori giudiziari”, problemoni che con quanto dovremo votare non c’entrano proprio un bel nulla. Poi c’è il dibattito ipotetico: la riforma serve per mettere la magistratura sotto il governo. Vero, forse, in prospettiva, ma non c’è una singola frase del testo della legge costituzionale che lo dica. Certo, mancano i decreti attuativi, e lì ci sarà da ridere. E, certissimo, in tutti i paesi in cui le carriere sono separate alla fine è sempre l’esecutivo che decide cosa fa la pubblica accusa.

L’eventualità, tra l’altro, a un certo punto è persino auspicabile: l’alternativa è quella di avere un super sbirro come pubblico ministero, uno che verrebbe valutato (da suoi simili) solo sulla base delle condanne che riesce ad ottenere e di conseguenza sarebbe portato a spararle sempre più grosse. Ma come spiegare che il problema della riforma è qualcosa che (ancora) non prevede? Nessuno si sta sforzando granché, in realtà. Alla fine fa comodo a tutti dare e prendere legnate senza dover pure fare la fatica di dire cose intelligenti. O quantomeno verosimili.

Il comitato per il No varato dall’Anm ci prova pure a tenere il punto sul famoso merito, ma il risultato è che nessuno ascolta davvero. È bravissimo e molto preparato il presidente Enrico Grosso. Però per spiegare un concetto ha giustamente bisogno dei suoi bei minuti, mentre i tempi televisivi sì e no ti consentono di esprimere un pensiero per dieci o quindici secondi al massimo. Sapete dove si consumerà la campagna? Esatto, in televisione. Auguri. E questo, comunque, avverrà mentre l’Anm si troverà ai margini del dibattito.

Posizione in cui si è messa da sola: sabato scorso il parlamentino ha votato un documento suicida che impedisce alle toghe di organizzare eventi insieme a partiti, sindacati e associazioni politiche latu sensu. Restano le parrocchie, ma non si sa quanto da quelle parti siano interessati a ospitare dibattiti su temi costituzionali. Dall’altra parte abbiamo i comitati del Sì: ogni microformazione sedicente liberale ne ha fatto uno. Quello della Fondazione Einaudi merita una menzione a sé: dentro c’è di tutto, ciascuno ritiene di avere la verità in tasca e, con la scusa di parlare solo del merito, in realtà passa il suo tempo a parlare d’altro, da Tortora (processo svolto peraltro col vecchio rito) a Garlasco. La forza forse c’è, ma la ragione non si vede.

Che poi, e questa forse è la cosa più sconfortante di tutte, per trovarlo questo merito bisogna ripescare quanto disse il sottosegretario Delmastro nell’intervista rilasciata a sua insaputa al Foglio qualche mese fa: “Dare ai pubblici ministeri un proprio Csm è un errore strategico che, per eterogenesi dei fini, si rivolterà contro. L’unica cosa figa della riforma è il sorteggio dei togati al Csm, basta”, disse, chiarendo una volta di più che il vero obiettivo è spezzare le reni alle correnti della magistratura, mica migliorare la giustizia.

E ancora: “O si va fino in fondo e si porta il pm sotto l’esecutivo, come avviene in tanti paesi, oppure gli si toglie il potere di impulso sulle indagini”. Tutto giusto e non è un caso che a dirlo sia stato un avvocato che ha pratica di tribunale, cosa che spesso e volentieri manca agli animatori delle associazioni forensi. Con buona pace del ministro della giustizia che fu pubblico ministero, asceso al governo come garantista e poi capace soltanto di fare lo spettatore mentre il suo governo vara leggi sempre più repressive e ingrossa il volume del codice penale, alla faccia di Giuliano Vassalli, di Anatole France, di Leonardo Sciascia e pure di David Hume. Fate il vostro gioco, allora: Delmastro o Nordio?