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di Maria Stagnitta

Il Manifesto, 3 giugno 2026

Per troppo tempo ci è stato detto che la “guerra alla droga” fosse necessaria. Che punire significasse proteggere, che incarcerare fosse un atto di responsabilità collettiva. Oggi, però, davanti all’evidenza dei fatti, questa narrazione si sgretola. Non solo queste politiche non hanno ridotto il consumo di sostanze, ma hanno prodotto un danno profondo alla salute pubblica. E il prezzo lo stiamo pagando in vite umane. Le persone che si iniettano droghe hanno tra le 10 e le 34 volte più probabilità di contrarre l’HIV rispetto alla popolazione generale. Non è una fatalità, ma il risultato diretto di politiche punitive che spingono le persone ai margini.

Come evidenziato da The Lancet HIV e da un documento presentato a Vienna da Unaids e dall’International Network of People who Use Drugs, la criminalizzazione non contiene il virus: ne favorisce la diffusione.

L’uso di droghe non scompare sotto la repressione. Diventa invisibile, si sposta nell’ombra, lontano dai servizi sanitari e dalla prevenzione. Le persone diventano bersagli, marchiate dallo stigma e costrette a muoversi in contesti clandestini e insicuri. In queste condizioni aumentano i comportamenti a rischio: siringhe condivise, assenza di strumenti sterili, paura dell’arresto. Non è un effetto collaterale, ma una conseguenza diretta. E mentre le evidenze indicano la necessità di ridurre la repressione penale, la politica continua ad andare nella direzione opposta. Lo dimostra l’ultimo decreto sicurezza che modifica l’articolo 73, comma 5, del Testo unico sulle droghe, escludendo la lieve entità nei casi ritenuti “continuativi e abituali”.

Si restringe così uno dei pochi spazi che consentivano di distinguere le condotte di lieve entità dal grande traffico. Il risultato prevedibile è l’aumento delle pene, degli ingressi in carcere e della marginalizzazione sociale. Ancora una volta, non si colpiscono i grandi traffici, ma le persone più vulnerabili, spesso coinvolte in forme di piccolo spaccio legate alla sopravvivenza o ai contesti di consumo. Quando la legge diventa una barriera, la salute diventa un privilegio. Chi teme l’arresto evita i check-up sanitari e i servizi, allontanandosi da un sistema che dovrebbe proteggerlo. Così le infezioni si diffondono, le terapie si interrompono e le vite si spezzano, mentre gli Stati continuano a investire risorse in un sistema repressivo costoso e inefficace.

Eppure un’alternativa esiste. Dove si smette di punire e si inizia a prendersi cura, i risultati cambiano. I programmi di riduzione del danno - come lo scambio di siringhe, le terapie sostitutive e l’accesso ai test - riducono in modo significativo la trasmissione dell’HIV e la mortalità. Non sono concessioni, ma strumenti basati su evidenze scientifiche. C’è anche una questione di giustizia sociale. Le politiche proibizioniste colpiscono in modo sproporzionato le persone più vulnerabili, amplificando povertà ed esclusione e alimentando un ciclo di stigma e punizione. In questo senso, il problema è anche una questione di classe.

Continuare su questa strada non è una scelta neutrale, ma politica. Depenalizzare non significa ignorare il problema: significa affrontarlo in modo più umano ed efficace, riconoscendo che l’uso di sostanze è prima di tutto una questione di salute. Se vogliamo davvero fermare l’HIV e costruire una società più giusta, dobbiamo cambiare paradigma. Le evidenze ci sono. I risultati anche. Quello che manca è la volontà. Una riforma della legge sulle droghe orientata alla depenalizzazione e alla salute pubblica non è più rinviabile: servono politiche basate sulle evidenze, investimenti nei servizi e il superamento dell’approccio punitivo che ha dimostrato il suo fallimento. Solo così sarà possibile ridurre danni, pregiudizio e nuove infezioni, tutelando concretamente la salute pubblica.