di Laura Tedesco
Corriere del Veneto, 10 agosto 2022
Le lacrime che nessuno dei due è riuscito a trattenere, l’abbraccio che pareva non finire mai tra un papà che ha perso una settimana fa la figlia 27enne suicida in cella, e il magistrato di Sorveglianza che dal 2016 seguiva personalmente il caso. Il papà di Donatella Nevruz Hodo e il giudice scaligero Vincenzo Semeraro si sono visti ieri in forma privata.
Signor Hodo, com’è andato il vostro incontro?
“Io e il giudice piangevamo tutti e due. Ci sentiamo sconfitti e perdenti, ci siamo chiesti perdono. Avevo i brividi, la mia Donatella mi parlava sempre di questo magistrato come di un secondo padre, diceva che era l’unico ad aver preso a cuore la sua situazione. All’inizio nessuno trovava la forza di parlare, solo lacrime”.
Il giudice Semeraro nella lettera letta ai funerali di sua figlia ha scritto che “sente di aver fallito”...
“Ecco, quando ci siamo visti ho proprio voluto dire al magistrato che non deve sentirsi in colpa, perché Donatella mi raccontava sempre l’impegno che lui ci metteva nel seguire la sua vicenda. Questo giudice seguiva il caso di mia figlia con vera dedizione, le faceva visita in carcere, cercava soluzioni. Certe volte ho avuto la sensazione che la seguisse di più lui di me. Lei me lo descriveva come un secondo padre”.
Perché lei si sente in colpa?
“L’ho detto prima anche al giudice Semeraro: lui non ha fallito perché ha fatto il massimo, sono io che probabilmente ho fallito come genitore. Potevo fare di più? Forse ho sbagliato a rimproverarla quando era scappata dalla comunità? Le avevo parlato in modo rigido perché aveva sbagliato ad allontanarsi da quella struttura, però l’avevo fatto per il suo bene”.
Cosa le ha detto il giudice?
“Mi ha detto che non devo sentirmi in colpa, eppure io mi sto dilaniando nel dubbio. Dove ho sbagliato? In che cosa? Mai comunque mi sarei aspettato che la mia Dona facesse una cosa simile, mai”.
Sua figlia lottava con tutte le sue forze per uscire dalla droga...
“Soltanto Donatella sa cosa ho fatto io per lei negli ultimi dieci anni, volevo a ogni costo aiutarla a uscire dalla dipendenza. L’ho accompagnata dappertutto, anche in vari centri specializzati fuori dall’Italia per guarire dalla droga, tutte strutture private a pagamento, avrei fatto qualsiasi cosa per salvare mia figlia dalla micidiale eroina, ho provato qualunque tentativo”.
Donatella collaborava? Voleva davvero disintossicarsi?
“L’ho portato due volte in Spagna, poi in Croazia e in Belgio, lei stessa trovava le terapie private tramite internet. Certo che aveva intenzione di uscire dal tunnel. Non mi sono mai pentito di averla aiutata e accompagnata in questa durissima battaglia, volevo che uscisse prima possibile da quella maledetta droga. Salvarla era diventata la mia ragione di vita”.
Per questo si sente sconfitto come genitore?
“Ora che l’ho persa per sempre, sento che la mia vita senza Dona non vale più niente, sono io che ho fallito, non il giudice”.
In che modo?
“Quando lei mi chiedeva una mano non ho mai detto di no, l’ho sempre aiutata per qualsiasi cosa. L’avrei fatto anche stavolta, perché non mi ha cercato? Forse dovevo cercarla io? Io sono sempre stato a sua disposizione per aiutarla. Qualche volta mi faceva arrabbiare, ma io volevo soltanto che Dona stesse bene, lo desideravo più della mia stessa vita”.
Insieme avete vissuto anche momenti drammatici...
“Quante volte ho trovato mia figlia a Verona sdraiata per terra quasi morta dall’eroina appena assunta, uscivo in strada di notte a cercarla, giravo finché non la trovavo, poi la accompagnavo al pronto soccorso e me la riportavo a casa. La riaccoglievo ogni volta, sempre”.
Era anche scappata di casa...
“Una volta Dona è sparita per due anni, era fuggita in Spagna e io non ho mai smesso di cercarla, non mi davo pace. Proprio quando stavo perdendo le speranze per sempre, un giorno l’ho trovata in Spagna in condizioni paurose. Pesava solo 24 chili, era uno scheletro... me la sono caricata e riportata a casa, l’ho accudita per tre mesi senza mai lasciarla finché si era ripresa. Purtroppo poi ci è ricascata di nuovo, anche allora non ho mai smesso di starle accanto, soccorrerla”.
Adesso chiede giustizia...
“Su mia figlia non ho sbagliato solo io. Tutto il sistema ha fallito, e secondo me anche i controlli in carcere non sono stati adeguati. Per questo ho sporto denuncia, mia figlia purtroppo non tornerà però merita verità e giustizia”.










