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di Veronica Bianchini

Vanity Fair, 7 ottobre 2026

Davide Cavallo, 22 anni, studente dell’università Bocconi di Milano. Ha intrapreso un percorso di giustizia riparativa nei confronti dei suoi cinque aggressori. Ora vorrebbe raccontare la sua storia ai giovani, perché ritrovino, non la retta via, ma sé stessi. Come sta provando a fare lui: “Ogni volta che mi chiedono da dove è arrivato il perdono, devo fare un appunto. Prima del perdono c’è stato il rispetto per l’essere umano: per me stesso e per i miei aggressori. Non potevo fare quello che ho fatto senza riconoscere che loro non erano diversi da me”.

Davide Cavallo ha 22 anni e studia alla Bocconi. All’alba del 12 ottobre 2025, alla fine di una serata nella zona di corso Como, a Milano, cinque ragazzi, di cui tre minorenni, lo hanno aggredito per rubargli 50 euro. Uno lo ha colpito con due coltellate: Davide ha rischiato di morire dissanguato e ha riportato una lesione neurologica che gli ha lasciato danni permanenti. L’aggressione ha ferito il suo corpo, ma non la sua capacità di cercare un senso né la sua fede. Davide ha scelto di incontrare e abbracciare i suoi aggressori, si è detto disponibile a un percorso di giustizia riparativa e ora vuole trasformare quello che ha vissuto in qualcosa che possa aiutare altri ragazzi.

Come sta oggi?

“Vivo, sempre di più. Ogni giorno mi stupisco di essere riuscito a gestire così bene psicologicamente quello che mi è accaduto”.

E fisicamente?

“Non vivo la disabilità come una frustrazione costante. Non è solo una parte rotta di me, è qualcosa che richiede attenzione, un amore specifico. Ho recuperato tanto e continuo a recuperare. Ogni caso neurologico è diverso, ma in generale sono andato alla grande. Quello che si vede, però, è una parte superficiale: i problemi principali riguardano la sensibilità, gli organi, la muscolatura interna profonda”. Ci spiega meglio? “Il movimento mi stanca, ma c’è. Ho faticato ma sono felice di averlo recuperato. Ma la sensibilità è un’altra cosa. Non posso essere sicuro che ciò che sento stia accadendo davvero, o che sia precisamente quello: penso che sia caldo e invece è freddo, penso di essere a terra e invece sono sulle scale. È una fatica costante”.

Che cosa è cambiato nel modo in cui percepisce sé stesso?

“Ora devo avere una forma di presenza e di attenzione perenne, che mi fa pensare: ma dove ero prima? Prima riuscivo a pensare a due o tre cose contemporaneamente mentre ne facevo una quarta. Lo chiameremmo multitasking, ma spesso è semplicemente distrazione, incapacità di stare nel qui e ora. Adesso mi sento più centrato”.

E nel suo modo di vivere?

“Mi godo molto di più le cose, sono più presente. La sensazione che tutto ciò che sei possa esserti strappato dalle mani in un secondo non lascia più spazio a quella sorta di bulimia di esperienze che caratterizza un po’ tutti, noi giovani in particolare”.

Che cosa ricorda di quella notte?

“Dell’aggressione non ricordo nulla. Ho solo qualche brutto flash dell’ospedale. Di quel giorno mi tornano in mente due cose: io che, sette ore prima, interrompo una telefonata con un amico e, poco dopo, scelgo un maglioncino verde, spesso, per fortuna. Poi il blackout. Anche se so che da qualche parte il ricordo esiste. La terapia intensiva è stata pesante: vedevo la morte, avevo allucinazioni. Per due o tre giorni sono stato convinto di avere 24 anni anziché 21”.

Il corpo, invece, ricorda?

“Qualcosa. Se mi toccano il fianco vicino alla ferita, da dietro, io sobbalzo, mi viene l’ansia. Anche prendere per mano i ragazzi che mi hanno fatto questo, abbracciarli, è stato in parte spinto dal desiderio di insegnare al mio corpo che il loro è soltanto un corpo umano, come il mio”.

Com’è arrivato alla decisione di perdonarli?

“Prima ancora del perdono ho riconosciuto la loro umanità: la capacità e l’opportunità di cambiare la propria vita, in positivo o in negativo. Alla loro età anche io avevo la possibilità di prendere cattive strade e decisioni sbagliate. Essere stato più fortunato, non aver vissuto determinate situazioni, non mi rende più speciale. L’ho fatto perché, tra tutte le possibilità, era quella che mi dava più pace e mi faceva sentire utile, presente. Spesso la rabbia è un pretesto per allontanarsi dalle cose ed evitarle”.

La rabbia non c’è mai stata?

“Sì, c’è stata e a volte c’è ancora. Ma avere rabbia per l’evento e averla per gli effetti sono due cose diverse. La rabbia avrebbe avuto senso in quel momento. Adesso essere arrabbiato con loro servirebbe a punirli? Di sangue ne ho già perso abbastanza. Non ho voglia di inacidirmelo di più. La rabbia è arrivata, ha fatto il suo e poi è passata. Vivere nel rancore mi avrebbe condannato. L’ho capito subito: quanto prima avessi cominciato a perdonare, tanto prima mi sarei liberato. Ora è altro: è frustrazione”.

Che cosa ha provato quando li ha incontrati e abbracciati?

“Un appoggio reciproco. E durezza per tutti noi, nei confronti della situazione. Io ho vissuto l’ospedale, loro il carcere o la comunità. E poi c’era anche una grande concretezza: non basta dire che ci siamo, bisogna mettersi uno davanti all’altro, tenersi per mano, abbracciarsi, collaborare per evitare il riproporsi della dinamica di quella sera”.

Voleva che vedessero le conseguenze delle loro azioni?

“Per me era indecente che, dopo quello che era successo, non dovessero nemmeno guardarmi in faccia. La prima cosa che ho fatto è stata descrivere quanto stessi male. Non volevo dire: “Vi voglio bene comunque”. Volevo guardarli negli occhi. A livello biologico, lo sguardo dell’altro è il primo interruttore contro l’aggressività. Mostrarmi a loro con i danni che mi avevano causato era parte naturale del processo che avevano iniziato. Se hai avuto il coraggio di fare quello, abbi il coraggio di guardare questo: sono la stessa cosa. La distanza ci spinge spesso a separare un atto dalle conseguenze. Non volevo che accadesse. La punizione è capire il male che hai provocato”.

Che effetto le ha fatto sapere che, nelle intercettazioni, ridevano quando hanno saputo che rischiava di rimanere paralizzato?

“Mi ha fatto paura il fatto che uno a 19 anni, quando la sua vita va a rotoli, reagisce ridendo. Mi ha annichilito”.

Pensa che abbiano capito ora?

“Non possono materialmente farlo: avrebbero dovuto passare un mese con me. Io ho rischiato una depressione profondissima, una vita spezzata e con la mia anche quella di tutti coloro che avrebbero voluto starmi vicino. Però tutti e cinque hanno fatto un percorso verso una direzione. Possono anche fare un centimetro all’anno: l’importante è che abbiano chiaro quale sia la direzione giusta. E quello l’ho visto”.

Ha fiducia che possano fare un vero percorso?

“Qualcuno di loro sì. Non so dire chi. Il cento per cento sarebbe il mio sogno: se arrivassero lontano nella vita tutti e cinque, sarei contento”.

Ha paura quando esce la sera?

“A volte sì, sto più attento. Ma continuo a uscire, a fare le mie cose. Oggi sono grato per tutto quello che posso fare e per me essere grato significa celebrare davvero la vita”.

Quanto ha contato la fede?

“Prima dell’incidente mi stavo riavvicinando a Dio. In rianimazione l’unico oggetto che poteva entrare era un crocifisso che mi aveva fatto portare mia madre. È rimasto con me tutto il tempo e, quando sono uscito, un’infermiera mi ha rincorso per riportarmelo. Lì ho cominciato a capire. Più passava il tempo, più vedevo ciò che Dio è per me. Non dico che ho cominciato a crederci: per me è stato vedere, e poi sentire, qualcosa”.

E la preghiera?

“Ho ricevuto una quantità assurda di preghiere mentre ero in ospedale. Mia madre frequenta una comunità religiosa e aveva chiesto alle persone di mandarmi energie positive. Io quelle preghiere le sentivo: stavo meglio. Per questo dico sempre che, quando non si può fare niente per qualcuno, bisogna pregare. Se non vuoi credere che aiuti la persona che sta male, sappi almeno che aiuta te”.

Quanto le è stata vicina la sua famiglia?

“È stata la mia salvezza immensa. In ospedale ero limitato da tanti punti di vista e, in fondo, ero molto solo. Ma loro c’erano sempre”.

Ha detto che la cosa che più le manca è l’agilità. Vuole ancora tornare a ballare?

“Sì. Io non sono un ballerino, ma mi piace ballare, muovermi, correre. Non mi ero mai reso conto di quanto fosse importante per me. Mi fa impazzire. A volte ho così tanta energia repressa che vorrei arrampicarmi sul muro, salire su una sedia, mettermi sotto il tavolo. Ho riscoperto la gioia del movimento e, anche quando il mio corpo sembra un sacco di patate che prova a ballare, non me ne importa niente. Poco prima dell’incidente, avevo cominciato a riprendermi mentre danzavo. E così, grazie a Dio, ho dei ricordi di come mi muovevo allora”.

Come vuole trasformare quello che le è successo?

“Vorrei trovare un modo per arrivare ai giovani. Vorrei riportarli non sulla retta via, non conosco un concetto del genere, ma a sé stessi. Io ci ho messo tanto per tornare a me stesso e ci sono arrivato attraverso una strada lunga e tortuosa, costretto da un evento traumatico. Andrò a parlare nelle scuole, nelle carceri. Le storie possono cambiare il mondo e ho visto che la mia fa partire una riflessione. Non sarebbe giusto lasciare tutto quel dolore lì, inutilizzato”.

Spera che la sua storia possa aiutare qualcuno?

“Mi basterebbe aiutare anche una sola persona: la sua vita per me vale quanto la mia nei mesi in cui ho dovuto rimettermi in piedi. Nel salvare gli altri, forse, spero di salvare un pochino anche me stesso”.