di Edmondo Bruti Liberati
La Stampa, 24 ottobre 2024
“Non disturbate il manovratore” si leggeva sui vecchi tram. Nelle aule di giustizia sta scritto “La legge è uguale per tutti”, che ha come presupposto la indipendenza della magistratura da “ogni altro potere” (art. 104 Cost.). I giudici hanno non il diritto, ma il dovere, se del caso, di “disturbare il manovratore”, interpretando le norme e anche sollevando eccezioni costituzionalità, magari su leggi sulle quali la maggioranza parlamentare ha molto investito politicamente o addirittura approvate bipartisan. Sono i principi fondamentali delle democrazie liberali, sempre peraltro a rischio ove vi sia un irrigidimento autoritario come avvenuto in Paesi “sovranisti” pur membri dell’Unione europea. Questi fondamentali sembrano dimenticati nelle reazioni, anche da parte di esponenti politici e di governo, ai provvedimenti del Tribunale di Roma che non hanno convalidato il trasferimento e il trattenimento di 12 migranti nel centro in Albania.
La gestione dei flussi migratori verso l’Europa è un problema complesso ed è allo studio un nuovo regolamento dell’Ue che però è previsto entri in vigore solo nel 2026; l’Italia potrebbe adoperarsi per anticipare i tempi. Nel frattempo i giudici competenti non sono tenuti a “gestire i flussi” secondo i desideri del governo in carica, ma ad applicare le norme vigenti. Sono sei i decreti emessi da sei diversi giudici della sezione specializzata del Tribunale di Roma; non una singola “sentenza abnorme”, come impropriamente dichiarato dal ministro Nordio, dal quale almeno sarebbe lecito aspettarsi un minimo di precisione giuridica. Hanno deciso su 12 casi (su dodici persone) facendo riferimento alla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Ue, ribadita in una recentissima sentenza e applicando le cosiddette “schede-Paese” emanate dal nostro ministero degli Esteri. Hanno sbagliato nella interpretazione? Il governo può fare ricorso per Cassazione, non senza dimenticare che in recenti casi analoghi l’Avvocatura dello Stato si è vista costretta a rinunciare a impugnazioni troppo azzardate.
I commentatori possono criticare queste, come tutte le decisioni dei giudici, giudici perché qui non si tratta di pubblici ministeri, la cui presenza non è prevista in queste procedure. Al ministro Nordio fa eco il sottosegretario alla Giustizia Delmastro: “Le toghe rosse non ci fermano”, come titola La Stampa di ieri e una volta tanto il titolo non è per nulla enfatico: ci ricorda “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo”, il film di Sydney Lumet del 1957. Non avanzo nemmeno la proposta di abbassare i toni, perché destinata a cadere nel vuoto, ma mi ostino a chiedere di confrontarsi con i fatti. Decisioni nella stessa linea di quelle dei sei giudici, ripeto sei e non un solo, del Tribunale di Roma sono state adottate da altri giudici di diversi tribunali italiani.
Toghe rosse, ma se la decisione fosse stata di segno opposto avremmo dovuto parlare di toghe nero-verdi-azzurre? Ogni decisione della magistratura può essere criticata, ma con argomenti e non con invettive. Le donne e gli uomini che formano la magistratura italiana sono un campione della popolazione italiana ed è ragionevole ritenere che nelle ultime elezioni si siano divisi più o meno a metà tra sostegno ai partiti della attuale maggioranza e a quelli dell’opposizione. Poi nell’esercizio della loro funzione fanno i giudici e applicano la legge. Si è arrivati a dire che dopo Mani pulite, dunque da oltre trent’anni, la questione sarebbe quella “della magistratura politicizzata e delle toghe rosse”. Ma in questi decenni si sono succeduti diversi governi e spesso le toghe hanno “disturbato manovratori” di diverso colore. Iniziative giudiziarie che hanno avuto esiti diversi e possono essere analizzate e criticate singolarmente. Le invettive fanno male non ai magistrati, ma alla democrazia.
Si dice che la credibilità della magistratura è in caduta libera: a forza di ripeterlo oggi dovrebbe essere sottozero. A fine settembre è stato pubblicato un sondaggio condotto dall’istituto Eumetra da quale emerge che se il 54% critica la magistratura, il 42% esprime fiducia; una minoranza, ma molto consistente tanto più se raffrontata al livello di fiducia espresso sui partiti (19%) e sul Parlamento (32%). Un paragone che spazza via affrettate valutazioni sulla nostra magistratura, ma che non consola, anzi preoccupa per lo scarso livello di fiducia verso altre istituzioni fondamentali della democrazia.
E infine non sono solo magistrati a esprimere preoccupazione per la proposta di riforma costituzionale del governo, che non è solo separazione delle carriere, ma riscrittura di tutto il sistema costituzionale di garanzia della indipendenza della magistratura, quello preclude all’esecutivo di ordinare al pm prima e poi ai giudici di adeguarsi “al mandato ricevuto dai cittadini”. Fino a ieri si paventava il rischio che, nonostante tutte le rassicurazioni dei proponenti, si potesse in futuro mettere a rischio l’indipendenza dei pm; le vicende di questi giorni ci mostrano che potrebbe essere in pericolo anche l’indipendenza dei giudici. Siamo per fortuna molto lontani dall’Ungheria, ma sarebbe meglio essere prudenti prima di sconvolgere delicati equilibri costituzionali.










