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di Gianluca Modolo

La Repubblica, 9 febbraio 2026

La decisione della corte che lo ha riconosciuto colpevole di collusione con forze straniere e sedizione per aver osteggiato la repressione. Protesta Taiwan. Le associazioni umanitarie: “È come una pena di morte”. Vent’anni di carcere. Dopo esser stato giudicato colpevole a dicembre di collusione con forze straniere e di sedizione, questa mattina è arrivata la sentenza per Jimmy Lai. Non l’ergastolo come si temeva, ma cambia davvero ben poco: l’ex editore di Hong Kong ha 78 anni, secondo la sua famiglia soffre di problemi di salute e ha passato già gli ultimi cinque anni dietro le sbarre. “Questa è, di fatto, una condanna a morte”, denuncia Human Rights Watch. Alla domanda se verrà presentato appello, l’avvocato di Lai risponde con un “no comment”.

Lo scorso 15 dicembre Lai era stato riconosciuto colpevole di tutte e tre le accuse per le quali era sotto processo: due per “collusione con forze straniere”, ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale imposta a Hong Kong nel 2020 dalla Cina, e una per “cospirazione per la pubblicazione di materiale sedizioso”, in base ad una legge di epoca coloniale. Fondatore dell’Apple Daily, quotidiano - ormai defunto - della resistenza democratica dell’ex colonia britannica all’abbraccio sempre più stretto di Pechino, Lai in aula è rimasto impassibile durante la lettura del verdetto.

Nella sentenza di 856 pagine dello scorso dicembre, al termine del processo più importante della città, i giudici scrivevano che “non c’è dubbio che Lai abbia nutrito risentimento e odio nei confronti della Cina per gran parte della sua vita adulta, e questo traspare dai suoi articoli”. I giudici hanno sostenuto che Lai avesse usato il suo giornale come piattaforma per “incoraggiare l’opposizione al governo”, accusandolo inoltre di aver invitato gli Stati Uniti e altri Paesi a imporre sanzioni o condurre “attività ostili” contro la Cina e Hong Kong, in risposta alla repressione del movimento pro-democrazia. Pechino, che considera Lai la mente delle proteste del 2019, può dirsi soddisfatta.

“La pena inflitta a Lai è un attacco alla libertà di espressione che illustra perfettamente lo smantellamento sistematico dei diritti a Hong Kong”, dice Amnesty International. “Lo Stato di diritto è stato completamente distrutto. La decisione scandalosa di oggi è l’ultimo chiodo nella bara della libertà di stampa. La comunità internazionale deve aumentare la pressione per liberare Jimmy Lai se vogliamo che la libertà di stampa sia rispettata in tutto il mondo”, afferma Jodie Ginsberg del Comitato per la protezione dei giornalisti.

Protesta anche il governo di Taiwan: “La dura sentenza non solo priva Lai della sua libertà personale e calpesta la libertà di parola e di stampa, ma nega anche il diritto fondamentale dei cittadini di chiedere conto a chi detiene il potere. Le libertà e i diritti promessi al popolo di Hong Kong nell’ambito del principio ‘Un Paese, due sistemi’ (lo stesso che Pechino vorrebbe applicare anche a Taiwan, ndr) sono diventati parole vuote”.

Il primo ministro britannico Keir Starmer nella sua recente visita in Cina aveva dichiarato di aver sollevato il caso di Jimmy Lai - che ha passaporto britannico - durante il suo incontro con il leader cinese Xi Jinping. Anche il presidente statunitense Donald Trump si era espresso in questi mesi a favore della liberazione di Lai.