di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 28 maggio 2020
Nuovo giro di vite contro dimostranti e oppositori. Tre anni di reclusione per i trasgressori. Oggi Pechino approva la contestatissima legge sulla sicurezza nazionale, alta tensione con gli Usa. La giornata di ieri e quella di oggi saranno forse ricordate come le più drammatiche e importanti per il futuro di Hong Kong.
Il mercoledì appena trascorso è infatti stato il momento in cui il Consiglio legislativo dell'isola ha completato la seconda lettura di un disegno di legge che rende un reato penale il mancato rispetto dell'inno nazionale cinese. Per i trasgressori, colpevoli di fischi o insulti in occasione di manifestazioni pubbliche, sono previste ammende fino a 5mila euro o, nei casi più gravi, 3 anni di prigione.
Oggi invece il Parlamento di Pechino dovrebbe licenziare la contestatissima legge sulla "sicurezza nazionale" che permetterebbe ai cinesi di intervenire direttamente in caso di proteste ad Hong Kong, svuotando di fatto l'attuale legislazione che consente una discreta autonomia ("un paese, due sistemi").
Verrebbe così represso qualsiasi sommovimento giudicato come secessione o sedizione. Il timore che si tratti della fine del regime speciale di Hong Kong ha già provocato violente proteste di piazza lo scorso fine settimana, un copione che si è ripetuto anche ieri. I manifestanti si sono dati appuntamento presso il palazzo del Consiglio legislativo (Legco) nel distretto centrale. La forte presenza di polizia antisommossa e barriere piene d'acqua hanno bloccato però la protesta che si è spostata in altre parti del centro.
Il traffico è stato bloccato sia nella Central che nella Causeway Bay. L'intervento dei reparti speciali non si è fatto attendere, è stato fatto largo uso di lacrimogeni e spray urticanti. Secondo un comunicato della polizia 180 persone sono state arrestate. Uguale sorte per altri 100 manifestanti che invece si erano radunati nel distretto di Mongkok e a Wan Chai. Per tutti l'accusa è di manifestazione non autorizzata e possesso di armi improprie.
Ma gli scontri di piazza impallidiscono di fronte al confronto sempre più muscolare tra Usa e Cina. Dopo le dichiarazioni dei vertici del Pc cinese che ha parlato di "nuova guerra fredda", martedì scorso è stata la volta di Donald Trump che durante una conferenza stampa alla Casa Bianca ha promesso sorprese per il fine settimana. Uno dei consiglieri per la Sicurezza, Mike O'Brien, si era spinto sul terreno di eventuali sanzioni in risposta all'attivismo cinese a Hong Kong, Trump invece non ha rivelato nulla invitando l'opinione pubblica ad aspettarsi "qualcosa di molto potente".
Il maggior timore di Washington è in realtà quello che Hong Kong cessi di essere un centro finanziario privilegiato nei suoi rapporti con gli Usa. In questo senso potrebbe essere incoraggiato un ritorno delle aziende americane in patria come ritorsione. Un'eventualità confermata dal consigliere economico del presidente, Larry Kudlow.
"Faremo il possibile per le spese totali e pagheremo i costi di trasferimento se riporteranno le loro catene di approvvigionamento e la loro produzione negli Stati Uniti", ha infatti affermato lo stesso Kudlow interrogato dalla stampa. Allo studio ci sarebbero già alcune proposte: agevolazioni fiscali e sussidi tra cui un potenziale "fondo di reintegrazione" per 25 miliardi di dollari, oltre nuove regole che disciplineranno le attività economiche di ritorno.










