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di Alessandro Fioroni


Il Dubbio, 17 aprile 2021

 

Oltre un anno di carcere per il magnate editore "colpevole" di sostenere i manifestanti pro-democrazia. "Io sono il buon servitore della legge, ma prima di tutto del popolo. Perché la legge deve servire il popolo, non il popolo la legge". Scriveva così Tommaso Moro prima di venire giustiziato da Enrico VIII nel 1535. Una frase che ha voluto ripetere, mentre sedeva al banco degli imputati, la 73enne Margaret Ng, una degli ex legislatori (deputati) dell'assemblea parlamentare di Hong Kong che ieri è stata giudicata colpevole, insieme a diversi altri attivisti, per la partecipazione alle proteste anti cinesi che hanno segnato l'isola dal 2019.

Tommaso Moro è anche il patrono degli avvocati e forse per questo Margaret Ng lo ha voluto citare, essendo lei stessa una legale, così come era un appartenente al foro di Hong Kong, Martin Lee, 82 anni di età, di cui gran parte spesi per la difesa dei diritti politici, condannato per la stessa "colpa" della sua collega. Un veterano, Lee, presidente fondatore del Partito Democratico, conosciuto come il padre della democrazia di Hong Kong.

I due avvocati fortunatamente non sconteranno la condanna in prigione perché la loro pena è stata sospesa, ma lo stesso non vale per un altro imputato eccellente. Il magnate dell'ex colonia britannica, Jimmy Lai, infatti è stato riconosciuto colpevole di "manifestazione non autorizzata" e dovrà scontare in carcere 14 mesi. I giudici del tribunale lo hanno ritenuto responsabile per due avvenimenti, relativamente alle grandi manifestazioni del 18 e 31 agosto del 2019. La tesi della difesa è stata completamente rigettata. Secondo gli avvocati che rappresentavano Lai, la libertà di riunione è protetta dalla costituzione di Hong Kong e le autorità avevano approvato manifestazioni che solo successivamente si sono trasformate in marce non autorizzate.

Per i pubblici ministeri però la possibilità di riunirsi per protestare, è si garantita dalle leggi. ma non può essere considerata assoluta. Insomma sebbene a Lai non siano stati contestati episodi di violenza, né di aver incitato a violare la legge, il solo fatto di aver aderito ad una manifestazione (sfociata poi in scontri con la polizia) è stata una ragione sufficiente per condannarlo.

Una sentenza che può essere definita "politica" e che trova le sue ragioni nella stessa figura del miliardario di Hong Kong, vera e propria spina nel fianco per il governo filocinese. Nato a Guangzhou, una città nel sud della Cina, da una famiglia benestante espropriata dei beni nel 1949 quando i maoisti presero il potere, scappò all'età di 12 anni, da clandestino, sull'isola ancora sotto la dominazionecoloniale britannica. La sua è una storia da vero "self made man" che lo ha visto lavorare giovanissimo in un negozio di abbigliamento fino ad arrivare a fondare un proprio marchio a livello internazionale. Ma a differenza di altri magnati, saliti ai vertici a Hong Kong, Lai è diventato anche uno dei più feroci critici del regime cinese e della sua influenza nella città. In occasione del massacro di Tienanmen nel 1989 Lai ha cominciato a denunciare la repressione dell'esercito contro gli studenti tanto da veder minacciata seriamente la sua catena di negozi. Ancora troppo poco per essere zittito, anzi un'occasione per trasformarsi definitivamente nell'oppositore più importante di Pechino anche grazie agli ingenti mezzi finanziari di cui dispone che per anni ha utilizzato per denunciare la repressione politica cinese.

Il suo impero multimilionario infatti si è trasformato abbracciando il campo editoriale. Attualmente la sua casa editrice comprende diverse testate pro democrazia tra cui la rivista digitale Next e il quotidiano Apple Day. Una posizione di prestigio dalla quale influenza migliaia di persone. E quindi per la Cina un pericolo da eliminare. La condanna di Lai infatti rientra nei casi previsti dalla cosiddetta "legge sulla sicurezza", introdotta a Hong Kong nel 2020.

La norma criminalizza la secessione, la sovversione e la collusione con forze straniere, la pena massima prevista per questi reati è l'ergastolo. Secondo la Cina la legge avrebbe preso di mira la ' sedizione' portando instabilità politica. Fino ad ora però la "pax di Pechino" ha fatto finire in carcere almeno un centinaio di persone. E Jimmy Lai rischia ancora di più perché, oltre alla condanna già ricevuta, il magnate deve affrontare altre sei accuse, due delle quali sono state avanzate proprio ai sensi della nuova legge sulla sicurezza nazionale.