di Filippo Santelli
La Repubblica, 24 agosto 2019
Dipendente della sede britannica arrestato dai cinesi: veri reati o pressione sugli inglesi? Prigioniero politico o frequentatore di prostitute? A due settimane dalla sua misteriosa sparizione, dopo le proteste della famiglia e delle autorità britanniche, Pechino ha dato un motivo per l'arresto di Simon Cheng.
Il 28enne cittadino di Hong Kong, dipendente del Consolato inglese in città, è stato preso in custodia perché lo scorso 8 agosto, durante una trasferta di lavoro a Shenzhen, appena oltre il confine con la Cina continentale, avrebbe pagato per fare sesso. Ma la notizia diffusa ieri, anziché chiarire, agita ancora di più i sospetti.
Perché la prostituzione è usata spesso dalle autorità comuniste per incastrare personaggi sgraditi, corrotti o oppositori vari, adescati o del tutto innocenti. E il sospetto di molti a Hong Kong è che questo arresto sia un doppio avvertimento: ai manifestanti e a Londra, che ha espresso loro (un timido) supporto. Lo pensa la famiglia di Cheng, che ha definito l'accusa "fabbricata". Alcuni amici lo descrivono a Repubblica come un ragazzo "puro", "molto cauto nell'esprimere le proprie posizioni" ma pro-democrazia, quindi un potenziale bersaglio.
Cheng ha inviato l'ultimo messaggio alla fidanzata, la prima a denunciarne la sparizione, sul treno di ritorno verso Hong Kong. Un messaggio di paura: "Pronto a passare il confine. Prega per me". Se la versione cinese fosse vera, contestano molti, perché arrestarlo alla frontiera e non a Shenzhen? Secondo Hu Xijin invece, acuminato direttore del quotidiano di










