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di Filippo Santelli

 

La Repubblica, 17 giugno 2019

 

L'attivista, che ha scontato la sua pena di due mesi di carcere, ha preso subito posizione sulle proteste di questi giorni: "Il capo dell'esecutivo si deve dimettere". La protesta continua.

"Forse viene qui, pare che venga. Ci aiuterebbe molto". Lo stavano aspettando in tanti, tra i ragazzi reduci dalla notte di protesta, accampati sotto il portico del parlamento di Hong Kong. Lo aspettava anche questa studentessa di Sociologia, che ha in mano una copia del Time con il suo editoriale. "Una vittoria di Pechino è una vittoria per l'autoritarismo in tutto il mondo", scriveva qualche giorno fa il 21enne Joshua Wong dal carcere, dove stava scontando una pena di due mesi per il suo ruolo di leader nella rivolta degli ombrelli.

Ma stamattina Joshua è uscito, portandosi fuori con un sorriso dal penitenziario di Lai Chi Kok un pacco di libri. E tuffandosi subito su Twitter, quasi volesse recuperare il tempo perduto: "Ciao mondo, ciao libertà. Forza Hong Kong! Ritirare la legge sull'estradizione. Carrie Lam dimettiti. Stop alle persecuzioni politiche", ha scritto ai suoi 200 mila follower.

Sono gli slogan che hanno animato le proteste di questi giorni, la marcia dei due milioni di ieri ma soprattutto la sua avanguardia studentesca che oggi è ancora qui attorno ai palazzi del potere. "Ha carisma, ha energia, è capace di trascinare. Credo che potrebbe essere un leader per questa protesta", dice una studentessa del liceo di 17 anni. Ma non è così semplice. Perché questo movimento delle mascherine è diverso da quello degli ombrelli di cinque anni fa che aveva in Joshua e altre figure carismatiche, molte delle quali oggi in prigione, dei volti e dei capi. Ma è fallito.

Questo invece nasce orizzontale, a volto coperto e senza gerarchie: "Io vorrei che le decisioni venissero prese sempre in maniera collettiva - spiega un ragazzo di 22 anni con il berretto - Durante il movimento degli ombrelli non potevi dire nulla che ti guardavano male".

Eppure di un leader, di una voce capace di trascinare, di dire ai ragazzi cosa volere, c'è bisogno. È stato evidente ieri, nella lunga giornata della marcia in nero. I momenti in cui la folla si accendeva erano quelli in cui qualcuno urlava in un megafono, per esempio uno degli studenti feriti negli scontri di mercoledì. Ed è evidente anche questa mattina di fronte al parlamento, dove quello che era annunciato come uno sciopero ha raccolto poche adesioni. Molti si limitano a stare qui, giocando a carte o sullo smartphone, dormendo. Aspettando qualcosa, qualcuno.

Hong Kong, rilasciato Joshua Wong il leader della "protesta degli ombrelli"

Ci ha provato qualche parlamentare democratico, anche per prendere voti, a mostrarsi in mezzo ai ragazzi, al loro fianco se non alla loro testa. Ieri Roy Kwong ha fatto un giro della piazza con il megafono, dicendo: "Se voi stanotte restate resto anche io"

Ma l'imbarazzo dei deputati in carica è evidente, nel raccomandare la prudenza, nell'invitare a darsi degli obiettivi realistici: il ritiro della legge e la testa di Carrie Lam. Joshua Wong, con la sua feroce determinazione su una faccia ancora da ragazzino, è tutt'altra cosa: lucido idealismo che il carcere non sembra avere piegato, retorica trascinante con il microfono.

Il partito che ha fondato, Demosisto, vuole l'autodeterminazione, compreso un voto per restare o meno parte della Cina. Per questo i suoi parlamentari sono stati squalificati dalle ultime elezioni. Ma con Joshua, già paladino della stampa internazionale, teenager candidato al Nobel, nessuna richiesta è irrealistica, neppure la democrazia. "Molti qui non vogliono un leader, ma per tenere viva la partecipazione di due milioni di persone figure come la sua ci vogliono".