di Giansandro Merli
Il Manifesto, 20 giugno 2026
La premier è forte del sostegno Ue, ma la sua strategia è appesa ai centri oltre confine. Accelerare la costruzione di hub per migranti nei Paesi terzi. È il succo della lettera ai vertici delle istituzioni europee e nazionali promossa dalla presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni e dall’omologa danese Mette Frederiksen, con il sostegno di altri 17 paesi Ue. Tra questi non c’è la Germania, ma neanche Spagna e Francia che alzano la voce contro soluzioni di questo tipo.
Nella missiva il riferimento alle strutture da aprire fuori dai confini del Vecchio continente, con la copertura della Commissione, è generico. Sono citati tanto il protocollo Roma-Tirana - che con le nuove norme europee non ha nulla a che fare, almeno per il momento - quanto non meglio precisati “hub situati in Paesi terzi” a cui “altri governi stanno già lavorando”.
Sbaglia chi pensa automaticamente ai return hub, le strutture dove deportare i cittadini stranieri “irregolari” impossibili da rimpatriare che saranno legalizzate dal nuovo regolamento in materia (cui manca solo l’ok del Consiglio). La formulazione della lettera lascia spazio anche ai centri per richiedenti asilo da realizzare in “paesi terzi sicuri”, come previsto dal Patto Ue su migrazione e asilo.
Questi Centri permetterebbero la delocalizzazione di potenziali rifugiati subito dopo il loro arrivo. Un esempio: se la Polonia avesse un accordo con il Ruanda, magari ritenuta “sicura” dall’Europa, avrebbe la possibilità di dichiarare inammissibile la domanda di qualsiasi richiedente asilo e spedirlo nel paese africano in virtù dell’intesa. Un russo in fuga da Putin si potrebbe ritrovare a Kigali, che esaminerebbe la sua richiesta di protezione e, nel caso, gli garantirebbe la protezione.
È difficile che l’articolo 10 della Costituzione italiana, che lega il diritto d’asilo al “territorio della Repubblica”, possa lasciare spazio a una simile ipotesi. E anche le carte sui diritti fondamentali dell’Unione rischiano di costituire un grosso ostacolo: rompendo il nesso tra territorio e asilo tale diritto sarebbe di fatto cancellato. Ciononostante è questa la traccia su cui stanno lavorando le destre europee, con il sostegno della socialdemocratica Danimarca. Sui return hub, invece, alla fine la strada potrebbe essere in discesa, complici le minori garanzie per le persone “irregolari”. Anche qui, però, qualche voce di dissenso inizia a levarsi. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez aveva già espresso la sua contrarietà nei giorni scorsi, poi nella riunione del Consiglio di mercoledì ha avuto uno “scontro” con Meloni sulle politiche migratorie. L’episodio è stato successivamente derubricato a “discussione”, complice forse l’allineamento di Roma e Madrid sui temi economici, ma la distanza resta.
Ieri è stato il presidente francese Emmanuel Macron, che pure si è distinto in patria per dure norme anti-migranti nel velleitario tentativo di contrastare su questo piano il Rassemblement national, a dichiararsi contrario agli hub di ritorno nei Paesi terzi: “Non corrispondono ai nostri principi. In ogni caso mi opporrei all’utilizzo del bilancio europeo per costruire questi centri di rimpatrio”. A Strasburgo il gruppo liberale di Renew, guidato dalla macronista Valérie Hayer, è spaccato sul tema: mercoledì più della metà dei suoi membri hanno votato a favore del regolamento rimpatri.
Dal canto suo Meloni può ritenersi soddisfatta del fatto che i nomi in calce alle sue lettere anti-migranti crescano. Quando a maggio dell’anno scorso, con la solita Frederiksen, aveva preso di mira la Corte europea per i diritti dell’uomo accusandola di troppo garantismo verso gli stranieri da espellere le firme rimediate erano state solo altre sette. Ieri sono più che raddoppiate. Ad Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia si sono aggiunte Bulgaria, Cipro, Grecia, Malta, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia e Ungheria. Quest’ultima chiede di accelerare sugli hub nei paesi terzi anche se in settimana ha ribadito che non applicherà il Patto Ue: e il primo ministro non è più il sovranista Viktor Orbán, ma il filo-Ue Péter Magyar.
La mossa di Meloni è forte di una congiuntura europea favorevole, almeno sui temi migratori, ma allo stesso tempo mostra un nervo scoperto del governo tricolore. Se le strutture oltre confine non fossero realizzate, o se tardassero, l’esecutivo pagherebbe gli effetti del Patto Ue a cui si è legato mani e piedi. Le nuove norme europee hanno l’obiettivo di confinare i migranti nei paesi di primo approdo. Il loro risultato principale sarà condannare migliaia di persone all’irregolarità, grazie alle procedure d’asilo accelerate. Senza uno sbocco esterno, che gli accordi bilaterali sui rimpatri al momento non riescono a garantire, è in paesi come l’Italia che si formerebbe il tappo di bottiglia. Alla faccia della propaganda sovranista.










