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di Massimiliano Sfregola

Il Fatto Quotidiano, 2 luglio 2025

In un altro contesto, accostare il nome di Roma allo Statuto della Corte dell’Aia sarebbe stato motivo di orgoglio; oggi i tribunali internazionali sono percepiti come un ostacolo. Ricordare il 23º anniversario della firma della Carta di Roma con un possibile deferimento all’Onu dell’Italia non è certo ciò che ci saremmo aspettati. In un altro contesto, accostare il nome di Roma allo Statuto della Corte dell’Aia sarebbe stato motivo di orgoglio; oggi, invece, i tribunali internazionali sono percepiti come un ostacolo alla competizione tra Stati e la giustizia come un fardello da cui i governi cercano in ogni modo di liberarsi.

Il deferimento è una questione seria, e l’indagine condotta di recente dalla Procura dell’Aia ha smontato, punto per punto e con rigore tecnico, le motivazioni addotte dal governo Meloni per giustificare il rilascio del torturatore Almasri. Il vero problema, in questo caso, è l’ostinazione arrogante di un esecutivo che si rifiuta di ammettere di aver ignorato regole che, 23 anni fa, si era solennemente impegnato a rispettare, sacrificando tutto ciò per interessi ben lontani da quelli nazionali.

Basti pensare al fatto che l’ambasciatore italiano all’Aia, quello incaricato di tenere i rapporti con la Corte sia un fedelissimo del primo politico che la stessa ritiene potenzialmente responsabile: il ministro Carlo Nordio. Questo è un chiaro segnale del disinteresse dell’esecutivo verso qualunque norma che possa ostacolare la sua politica miope in materia di migrazioni e rapporti con paesi instabili dell’area mediterranea.

La CPI (Corte Penale Internazionale) non è certo un monumento al miracolo della giustizia globale: in 23 anni ha prodotto più carriere garantite, stage prestigiosi e spese ingenti che risultati tangibili. Tuttavia, ciò riflette più la confusione degli obiettivi e gli enormi ostacoli posti dagli stessi Stati membri, che non un fallimento totale del progetto di una corte universale per giudicare i crimini contro l’umanità. La pace globale può funzionare solo con un meccanismo sanzionatorio riconosciuto da tutti, non con l’arbitrarietà imposta dall’opportunismo politico.

⁠La Corte non produce grandi risultati perché gli Stati ne ostacolano il funzionamento: cercano di non distruggerla apertamente, ma di ridurla all’irrilevanza - formalmente attiva, ma inefficace. E così, al 23º anniversario, ci troviamo a discutere delle minacce in stile gangster rivolte ai suoi giudici e funzionari da parte della nuova amministrazione statunitense, che applica loro sanzioni pensate per signori della guerra e terroristi, solo perché il tribunale osa esercitare la sua autonomia verso un alleato.

O dobbiamo assistere al doppio standard europeo: si applaude il mandato d’arresto per il premier russo Putin, ma si ignora quello per il premier israeliano Netanyahu.

Oggi più che mai è necessario un tribunale di ultima istanza per i diritti umani; un osservatore che abbia potere di intervenire laddove i sistemi nazionali non funzionano o scelgono di non farlo; in una fase di opportunismi nazionali, derive autoritarie e mercato senza freni, l’ICC sembra davvero un fossile del ‘900 destinato ad essere spazzato via dal turbine del riarmo e dei conflitti globali. Eppure è uno dei pochi fari democratici rimasti per chi non si rassegna al suono delle armi come unica forma di politica rimasta.