sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Sarantis Thanopulos

huffingtonpost.it, 29 novembre 2025

Il dibattito, amplificato da reazioni politiche improvvisate, mette in luce la delicatezza delle scelte sulla potestà genitoriale, i rischi di strumentalizzazione emotiva e il ruolo essenziale della scuola come spazio democratico di crescita. In un contesto culturale fragile, la tutela dei minori richiede conoscenza, prudenza e responsabilità condivisa, evitando contrapposizioni ideologiche e semplificazioni dannose. Ha fatto scalpore il caso dei tre bambini di una famiglia anglo-australiana allevati in una casa nel bosco di Palmoli, vicino a Chieti.

In seguito a un’intossicazione da funghi dell’intera famiglia e la richiesta di aiuto medico presso un ospedale della zona sono stati allertati i servizi sociali e successivamente la magistratura competente: si paventava il rischio di danni fisici e psichici per i bambini a causa delle loro condizioni materiali di vita considerate precarie e dell’isolamento sociale. I magistrati hanno deciso l’allontanamento provvisorio dei bambini (una femmina di 8 anni e due maschi di 6 anni) dai genitori. La decisione ha provocato l’ennesimo scontro del governo con la magistratura. Sul caso sono infatti intervenuti la presidente del consiglio e il ministro della giustizia che hanno espresso sconcerto nei confronti della decisione. Sono scesi in campo in difesa della famiglia e contro l’operato dei giudici, giudicato illegittimo moralmente.

Hanno commesso un errore istituzionale serio perché nell’esercizio della loro funzione (quando non stanno tra amici o in famiglia) il loro dire e agire deve sempre muoversi nel rispetto del nostro ordinamento giuridico e della costituzione. Nell’ambito giuridico di ogni paese democratico i diritti dei bambini prevalgono sempre sul potere decisionale dei genitori. Sia questi diritti sia la regolazione del loro eventuale conflitto con le decisioni dei genitori sono definiti dalla legge. Il potere esecutivo non deve interferire con l’autonomia del potere giudiziario nell’interpretazione e applicazione delle regole sulla tutela dei bambini. Se ritiene che queste regole non siano adeguate può emendarle ottenendo il consenso del potere legislativo. Se ha dubbi, motivati da una adeguata conoscenza dei fatti, su una sentenza che prescrive una separazione (permanente o provvisoria) di uno o più bambini dai genitori, ha tutti gli strumenti istituzionali necessari per promuovere verifiche approfondite. Non interviene a caldo, sulla base di un inseguimento dell’atmosfera emotiva del momento, per dire la sua improvvisando.

Diversamente alimenta contrapposizioni puramente ideologiche che dividono e disorientano i cittadini. È dannosa e avvilente la speculazione sui problemi e sulle disgrazie delle famiglie che oggi attacca (nel nome dell’unità familiare) la decisione di separare tre bambini dai loro genitori, mentre ieri attaccava (nel nome della sicurezza) la decisione opposta: il permesso a una madre di riavere un contatto privato con suo figlio che ha avuto come esito infausto un infanticidio (il tristissimo fatto accaduto a Trieste). La decisione di togliere o meno la potestà genitoriale è difficile: non può poggiare su criteri infallibili, si basa sempre sulla migliore approssimazione possibile e non può avere un approdo finale prestabilito. Ci vuole una conoscenza buona del contesto sociale e psichico e una valutazione attenta delle risorse affettive in campo. La disgiunzione tra figli e genitori è un rimedio estremo e non può mai prescindere dalla prospettiva della cura del dolore che genera e di una possibile riparazione della lacerazione. Inesperienza o schematicità di pensiero da parte di alcuni esperti, pregiudizi culturali, politici, religiosi e psicologici sono sempre possibili. Perciò il percorso da seguire deve evitare la logica procedurale e dei protocolli, essere valutabile e modificabile nel tempo tenendo conto di prospettive e di conoscenze diverse e, a meno di casi estremi, non può mai essere deciso una volta per sempre.

Bisogna tenere sempre conto del fatto che la legge nel campo degli affetti può definire solo le situazioni più tipiche e mai coincide del tutto (a volte non coincide per nulla) con il senso della giustizia (la parabola del Re Salomone ci insegna molto).

La tendenza a affidare a una valutazione dei giudici, supposta dirimente, ogni questione riguardante i nostri scambi affettivi, il senso della nostra identità o la regolazione dei nostri legami sentimentali sortisce due effetti altamente indesiderati: carica l’apparato giudiziario di una responsabilità impropria; ci deresponsabilizza emotivamente e mentalmente. Il lavoro dei giudici e degli esperti nel campo della famiglia e dei rapporti di coppia è ingrato se è privo del sostegno di una società civile viva e culturalmente feconda. Gran parte dei problemi si risolvono o diventano politicamente e giuridicamente risolvibili attraverso la mediazione di una cultura comune di rispetto delle diverse posizioni, funzioni e prospettive nelle relazioni familiari. Le buone leggi e la correttezza e competenza dei magistrati hanno la strada in salita in un clima di involuzione culturale.

Della situazione della famiglia anglo-australiana che vuole vivere lontano dal consumismo sappiamo poco sul piano affettivo e delle sue condizioni sanitarie (forse non tutto va nel migliore dei modi ma, molto probabilmente, neanche nel peggiore). Tuttavia, sulla moda dell’”istruzione parentale” (la scuola in casa organizzata dai genitori con o senza un insegnante esterno) le perplessità sono giustificate. Quando esiste un reale impedimento ad andare a una scuola si fa della necessità virtù. Se questo impedimento non c’è, il rischio di un apprendimento casalingo è un eccesso di influenza delle credenze e delle ideologie genitoriali e la crescita dei figli in un clima di autarchia culturale, chiusa agli stimoli che loro possono ricevere e alle esperienze che possono fare fuori dalla famiglia.

È fuorviante, peraltro, pensare che la scuola sia per definizione un luogo di alienazione delle coscienze mentre la famiglia sarebbe un luogo incontaminato di libertà (è invece tanto più vulnerabile a pensieri settari, impersonali e alienanti, quanto meno si confronta con la realtà). Nella Polis democratica la scuola rappresenta uno spazio di libertà e di emancipazione dei figli dai genitori, un luogo in cui essi acquisiscono il senso della comunità e del rispetto nei confronti degli altri, un momento di passaggio formativo fondamentale dalla logica endogamica dei legami di sangue, dell’Oikos, alle relazioni paritarie di scambio tra soggetti desideranti. Nel dialogo necessario tra le istituzioni e la coppia che ha deciso di vivere con i suoi bambini nel bosco è importante mettere al centro di tutto il diritto dei figli alle relazioni extrafamiliari, soprattutto con i loro pari, ma anche con figure genitoriali esterne che allargano la loro percezione e concezione dell’adultità.