di Concita De Gregorio
La Repubblica, 18 agosto 2025
Dall’Ucraina a Gaza giovani da uccidere, affamare o riassegnare ai vincitori. Il Novecento trascorso invano. Non dovevo avere molto più di tre anni quando ho imparato che a tre anni i bambini sfortunati vengono portati via dalle loro mamme perché ormai sono grandi, e che dunque io ero molto fortunata, ero grande e non dovevo piangere per delle sciocchezze. Non dovevo fare capricci tipo non mangiare quella certa pietanza molle e scura perché gli altri, i bambini sfortunati, mangiavano qualsiasi cosa, vivevano in un posto dove non conoscevano nessuno ma proprio nessuno, le persone si rivolgevano a loro in una lingua che non capivano e la loro mamma non l’avrebbero rivista più. Quindi io, fortunatissima, dovevo mangiare la cosa molle e basta.
Faceva paura, ma non tanto, il racconto della nonna. Più paura facevano certe fiabe, certe filastrocche da cortile ma soprattutto le ninne nanne, quelle dove la mamma ti lascia alla fontana della piazza perché non la fai dormire la notte, perché con te non può andare dall’uomo che ama, quelle dove viene la vecchia del villaggio a portarti via o, ho imparato più tardi in una meno definitiva versione italiana, passa l’uomo nero che ti tiene un anno intero. Un anno, in fondo, che sarà mai. La storia dei bambini che a tre anni diventano grandi e le guardie li portano via era una storia vera e si capiva, si sentiva nel modo in cui i bimbi capiscono e sentono la differenza tra una favola e la vita. Da qualche parte nella pancia, si sa che è diverso. È un fatto della vita, funziona così.
Difatti la signora Rosa del quinto piano ogni tanto veniva la sera e la raccontava uguale, quella storia, che era successa a lei. A volte le scendevano le lacrime sulle guance ma non piangeva davvero, cioè non faceva rumore: solo, mentre parlava - normalmente, sottovoce per non disturbare - le si bagnava il viso. Sono cose che possono succedere. Le avevano portato via la bimba quando era in prigione (ma perché la signora Rosa era in prigione? Cosa aveva fatto? Niente, niente. Lei niente, suo fratello semmai) e forse la bimba era in Francia o in Russia, diceva. Io dove fosse la Russia, il senso che aveva in quel tempo “essere in Russia”, non lo sapevo. La signora Rosa voleva andare a cercarla, sua figlia, ma non sapeva dove andare e più che altro non aveva i soldi. Come la cerchi, una figlia in Russia.
Ci ripensavo l’altro giorno, alla signora Rosa che di certo è morta da molti anni ma sua figlia, forse sua figlia è viva ed è nonna di nipoti russi. Ci ripensavo perché qui, dalla finestra, si vede il balconcino della casa dove viveva (ci sono tre maglie da calcio stese, oggi) e perché nella canicola di un tardo Ferragosto la sola notizia di un certo rilievo, nella farsa di quel vertice, mi è sembrata la lettera di Melania Trump a Putin. Che non è andata, ma l’ha data al marito che almeno come portalettere magari serve, speriamo gliel’abbia consegnata, dicono di sì: c’è scritto presidente, liberi i bambini ucraini detenuti in Russia. Forse Unione Sovietica, avrà scritto, comunque: la Russia di nuovo.
Non l’ho letta, ovviamente, ma le sintesi dei giornali dicono che parlava di questo, dei bambini “portati al sicuro” dalle milizie di Putin. Rubati, come la figlia della signora Rosa. (Durante la dittatura di Franco, in Spagna, si stima che trentamila bambini siano stati sottratti alle famiglie e alle madri: detenute, condannate a morte. Per reati di dissidenza politica commessi in proprio o dai loro parenti. I bambini potevano stare in carcere con le madri fino al compimento del terzo anno di età, poi venivano assegnati. Dai militari, dalle associazioni franchiste). Ho pensato vedi però, Melania. Sarà per via dell’origine baltica, tu te ne puoi andare dalla Slovenia ma la Slovenia non se ne va mai da te. Le origini, le storie familiari, i dolori, le ninne nanne che anche lei avrà sentito, chissà se ci sono streghe o uomini neri anche lì. Comunque. I bambini bottino di guerra. I bambini da riassegnare ai vincitori, da far crescere nelle “famiglie giuste”. I bambini offerti su un catalogo: tre anni, biondo, occhi azzurri, docile.
Il cardinale Matteo Zuppi era stato mandato da papa Francesco proprio a discutere di questo in Russia: la riconsegna dei bambini. E poi: l’altro giorno ha letto i nomi, dodicimila, di tutti i bambini morti fra Gaza e Israele. Tutti e tutti insieme. La prevalenza a Gaza, bisogna dire: l’immensa prevalenza. Nomi, cognomi, età. Ciascuno di loro era un figlio, un fratello.
Provate a immaginare solo per un momento che il vostro/nostro adorato bambino sia colpito da un proiettile, da una bomba che ci vede benissimo, mentre va a fare una commissione tipo scendi a prendere l’acqua, vai ma torna subito a casa. Mentre vi cerca, per strada, o vi aspetta. Non c’è una parola, nelle lingue occidentali, per indicare chi è orfano di figli. Non c’è. Esiste in sanscrito, in ebraico, in arabo. Ma nelle lingue occidentali moderne l’abbiamo cancellata dal vocabolario. È troppo. È troppo per dirlo ma succede: alla signora Rosa allora, oggi alle famiglie ucraine, alle famiglie della Striscia proprio ora. Bambini da uccidere, affamare, o da riassegnare a famiglie che li crescano nel disprezzo di chi li ha generati. Il Novecento trascorso invano.
Molti anni dopo aver visto piangere senza rumore la signora Rosa, da adulta, ho vissuto in Argentina e ho partecipato, con le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo, alla ricerca dei loro figli e nipoti. Allora stesso modo, di nuovo. Sottratti alle madri incarcerate - si attendeva la nascita, per ucciderle - e riassegnati. In qualche caso i nipoti ritrovati non hanno voluto tornare. Ricordo la storia di due gemelli, ormai adulti: hanno detto no, restiamo dove siamo. Avevano timore, credo anche tra i molti, di deludere chi li aveva cresciuti. “Siamo stati felici”, hanno detto. Il mondo cambia a partire da questo. Si ridisegna. Cosa succede dopo, nei decenni, ai bambini rubati. A migliaia, nelle guerre di occupazione e di sterminio. Restano le madri che muoiono sole, come Rosa. Restano i figli adulti, che sono chi vogliono essere.
A volte cercano la loro storia, a volte no. A volte vogliono sapere chi sono veramente, a volte si ribellano e vivono nella lotta, respirano rancore. A volte, trenta o quaranta anni dopo, coltivano i fiori del giardino degli aguzzini di chi li ha generati. Altre volte tornano e combattono perché non accada più. Ma torna ad accadere, invece: accade sempre. E poi guarda che inganno, nella canzone della sera. L’uomo nero che ti tiene un anno intero è sempre un uomo bianco, in verità.











