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di Chiara Saraceno

La Stampa, 14 agosto 2025

I quattro bambini coinvolti nell’omicidio automobilistico di una donna al Gratosoglio, periferia di Milano, vivevano in un campo nomadi bosniaco, alcuni da diversi mesi, altri da più tempo. Eppure, sembra che nessuno sia mai andato a scuola, né che la loro esistenza, come quella di tutti gli altri bambini e adolescenti che si trovano in quel campo, sia mai stata segnalata alle autorità scolastiche o al servizio di assistenza sociale. Probabilmente non hanno neppure mai visto un medico e ricevuto una vaccinazione.

L’informalità del campo, che si avvale di un terreno di proprietà privata di qualcuno del gruppo, la frequente mobilità dei gruppi familiari che vi abitano, la chiusura del gruppo etnico-culturale che fugge, o è fuggito in passato, da persecuzioni, il loro essere stranieri e spesso senza documenti sembra abbiano favorito un non voler vedere e un non voler intervenire: per assicurarsi che questi bambini avessero la possibilità di andare a scuola e vivessero in condizioni igienico-sanitarie accettabili, per parlare con le mamme, zie e nonne (non sembra ci siano uomini in quel campo) per persuaderle a mandare i bambini a scuola invece che lasciarli tutto il giorno a se stessi e alle proprie risorse, per capire se avrebbero accettato un’altra soluzione abitativa. Finché non “davano fastidio” li si è lasciati nel loro mondo la cui “alterità” legittimava la de-responsabilizzazione di chi avrebbe dovuto intervenire. Quei bambini, come gli altri del campo, sono rimasti invisibili fino a quando non hanno commesso la pazzia, non solo di rubare un’auto, ma di salirvi lasciando che uno di loro la guidasse, fino a che il joy ride si è trasformato in tragedia.

Allora sono entrati di prepotenza all’attenzione delle istituzioni come piccoli criminali, “purtroppo” non punibili stante la giovanissima età, di cui valutare l’allontanamento dalle famiglie e dal campo a causa della loro possibile pericolosità sociale e dell’inadeguatezza educativa della famiglia. Senza che ci si interroghi sulla responsabilità delle istituzioni pubbliche che fino ad ora non li hanno visti, cercati, aiutati, anche se la loro presenza era nota e monitorata dalla polizia municipale. E che cosa fare per tutti gli altri bambini e adolescenti che abitano in quel campo (e le loro mamme), per non lasciarli nell’invisibilità che preclude loro ogni alternativa.

La soluzione facile proposta da Salvini - “bruciamo il campo” - o anche la sola espulsione senza alternative, come spesso avviene con i campi rom, sposta solo altrove l’invisibilità di esseri umani cui non si riconosce neppure la dignità dell’esistenza. Non ho dubbi, anche per esperienza personale in altri, “più facili”, contesti, che sia difficile entrare in relazione con le persone di questa comunità, stabilire un minimo di rapporto di fiducia. Richiede tempo, pazienza, ricerca di mediazioni, di un equilibrio tra rispetto delle differenze culturali e difesa dei diritti dei bambini a poter crescere in sicurezza e sviluppando altre capacità che non vivere alla giornata e rubacchiando qua e là, negoziazione di compromessi, offerta di alternative praticabili e credibili. È troppo facile e auto-assolutorio credere che a chi vive in questi luoghi vada bene vivere così, senza acqua corrente, servizi igienici, in mezzo ai campi e tra la spazzatura, senza altro orizzonte temporale che il qui e ora. Questo paziente lavoro di connessione e mediazione non può essere lasciato solo all’iniziativa volontaria, ma deve impegnare anche le istituzioni pubbliche. Non è detto che abbia sempre successo, ma bisogna provarci, almeno per i bambini.