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di Ilaria Dioguardi

vita.it, 22 giugno 2026

Vivono in uno dei cinque istituti a custodia attenuata per detenute madri d’Italia. Anna, Roberto, Nina e Paolo (nomi di fantasia) hanno pochi anni, altri bambini che sono con loro hanno pochi mesi. Solo tre pomeriggi a settimana fanno delle attività. “Molte mamme pensano che i figli, nella loro vita, non possano fare altro che rubare. Loro disegnano sempre arcobaleni, a volte unicorni. Per loro rappresentano un piccolo sogno. Lì dentro hanno molto bisogno di sognare”. Le loro storie, attraverso un dialogo con la sociologa Annachiara Lombardini. Sui fogli bianchi, con i pastelli, le loro piccole mani tracciano tanti arcobaleni su cui volano unicorni colorati. Un pulmino la mattina passa a prenderli per primi, per portarli a scuola, e il pomeriggio li riaccompagna per ultimi, per non far vedere agli altri bambini dove vivono.

Le feste di compleanno sono sempre nell’istituto, senza la possibilità di invitare compagni di scuola, nonni e zii. Le mamme non possono andarli a prendere a scuola o fare una passeggiata con loro, se non nel piccolo cortile con le giostrine dell’istituto. Preparano dolci golosi insieme alle madri: “Cucinare è una delle poche cose che possono fare insieme e mangiare è una “consolazione” che hanno lì dentro”.

Sono alcune istantanee delle giornate di Anna, Roberto, Nina e Paolo. Tutti i nomi sono di fantasia, le storie rigorosamente vere. Insieme alle loro mamme, si trovano in un istituto a custodia attenuata per detenute madri-icam. “Hanno tra i quattro e i cinque anni. Sono i più grandi, gli altri bambini presenti hanno tra gli otto mesi e i due anni. Sono quelli che soffrono di più la vita lì dentro”. A parlare è Annachiara Lombardini, 31 anni, sociologa. Lavora come educatrice in uno dei progetti selezionato dall’impresa sociale Con i bambini nell’ambito del bando “Liberi di crescere”, dedicato ai minorenni con genitori detenuti.

Dallo scorso settembre Lombardini lavora in questo icam, uno dei cinque esistenti in Italia. “Da nove mesi vado due volte a settimana, per tre ore ogni volta. I bambini fanno attività quando ci siamo io e la mia collega educatrice che teniamo i laboratori, poi c’è un’altra associazione locale che manda dei volontari entrano un pomeriggio a settimana. Il resto del tempo non fanno nulla. Ora che la scuola dell’infanzia sta per finire, i piccoli si annoieranno molto di più. Quelli che hanno l’età per andare al nido, a scuola non ci vanno proprio”. Per accompagnare i bambini che vanno alla scuola dell’infanzia, un pulmino passa a prenderli per primi e il pomeriggio li riaccompagna per ultimi, per non far vedere agli altri dove vivono.

Roberto, pazzo per i dolci e i pennarelli - “Un bambino che ha fatto un percorso di grande crescita è Roberto, di quasi cinque anni. È nell’icam da quasi un anno, aveva problemi di linguaggio, di iperattività di rapporto con la madre. Adesso, grazie ai laboratori, alla logopedia, alla scolarizzazione è cambiato totalmente. Si relaziona con tutti, sia con noi che con i bambini e parla benissimo”, dice Lombardini. “Il suo rapporto con la madre è molto migliorato, lui si è tranquillizzato. Prima, rifiutava di fare qualsiasi cosa con la mamma, anche colorare, nonostante adori i pennarelli. È pazzo di dolci di tutti i tipi, come la mamma. Gli piace molto ritagliare, incollare e ascoltare le storie, quando leggiamo i libri”.

Roberto è molto legato al padre, “lo nomina sempre. Da poco tempo sta uscendo con lui. Una volta ho notato il suo attaccamento fisico a un giovane volontario, voleva stare sempre in braccio a lui: è un bambino che sente molto la mancanza della figura paterna, vivendo solo con donne”. I bambini hanno i permessi di uscire “con i padri e con i nonni: le madri, quando possibile, cercano di farli stare dentro l’icam solo lo stretto necessario”.

Anna, la “supereroina” dagli occhi tristi - Nell’icam ogni mamma vive in un piccolo appartamento con i propri figli. “Le mamme fanno insieme la lista della spesa, per comprare ciò che occorre, c’è massima collaborazione tra di loro. Spesso, a turno, chi cucina lo fa per tutti”, prosegue Lombardini. Quando si festeggia un compleanno, “i volontari dell’associazione chiedono il permesso di poter organizzare nel pomeriggio un buffet. Addobbano una sala e fanno attività di gioco. Ma ovviamente i bambini non possono invitare compagni di scuola, nonni e zii”. Anna ha cinque anni, vuole stare fuori dall’istituto. “Vedo che è sempre di più triste e sofferente. Infatti, la mamma molto spesso la fa uscire per passare dei giorni con i nonni. Negli ultimi tempi, con noi non è più affettuosa come prima, lo è a fasi alterne”. Ama giocare facendo finta di essere Gufetta, il personaggio rosso dei Pj Masks: “Lei adora tutto ciò che è rosso perché ama questo personaggio dei cartoni animati: vuole la sedia rossa, i vestiti rossi”.

Lombardini racconta che, quando lei e l’altra educatrice entrano nell’istituto, i bambini sono felicissimi, le abbracciano, sanno che faranno qualcosa con loro. “Secondo me, Anna è più sofferente perché adesso capisce proprio tutto, sta crescendo ed è molto sveglia. Ultimamente, non ha partecipato molto alle nostre attività. Se le propongo di colorare, a volte mi risponde di no arrabbiata e vuole stare solo in braccio alla mamma”. Lei e un’altra bambina, Nina, di due anni, sono le uniche che hanno la possibilità di uscire e andare un po’ al mare, quest’estate. I bambini entrano ed escono spesso dall’istituto. “Roberto, Anna e Nina hanno legato molto, sono gli unici che stanno nell’icam fissi da settembre”.

Da settembre, per i bambini più grandi che disegnano, l’arco dai sette colori “è un punto fermo, ci chiedono sempre: “Cosa facciamo oggi? L’arcobaleno?”, dice Lombardini. “Per loro è una cosa grandiosa, meravigliosa, irraggiungibile. Rappresenta un piccolo sogno, per questo vogliono disegnarlo. Lì dentro hanno molto bisogno di sognare. Un’altra cosa che vogliono disegnare spesso sono gli unicorni”. Roberto e Anna sono molto uniti tra di loro, ma sono anche molto affettuosi con i più piccoli, che hanno tra gli otto mesi e i due anni. “Sono diventati un po’ una grande famiglia”. Hanno la tv nelle loro stanze e le mamme hanno richiesto ed ottenuto una cassa per la musica, in modo da poter avere il pomeriggio momenti di ballo. Paolo, a quattro anni, è nell’istituto da poco tempo. “Gioca sempre insieme a Roberto, in cortile con la palla e con delle mini biciclette. Roberto ha finalmente un amico con cui condividere i giochi più “spericolati”, prima i suoi coetanei erano tutte femmine”.

Abbracci, baci e voglia di sconfiggere la noia - “Quello che ci ha sempre colpito è l’affetto nei nostri confronti, gli abbracci, i baci dei bambini, quasi come se fossimo delle sorelle maggiori. La loro sofferenza più grande lì dentro è non fare nulla. Non ci sono educatori, a parte noi che con il nostro progetto entriamo due volte a settimana. Nella maggior parte dei casi, le mamme non sono molto attente nei loro riguardi, quando incontrano una persona che parla e gioca con loro, per loro è una gioia”.

La lunga estate - I bambini dell’icam “hanno bisogno di essere ascoltati, di ricevere attenzioni. Invece, molto spesso sono rimproverati, puniti dalle mamme, sono poche quelle attente. Con la chiusura della scuola dell’infanzia, il 30 giugno, l’estate li metterà più in difficoltà, passeranno tanto tempo lì dentro senza fare nulla”. Molte madri provengono dall’estero, in particolare Croazia e Bosnia, “i loro bambini non possono uscire perché fuori non c’è nessun familiare, quindi devono stare qui dentro con le mamme”.

Incapaci di immaginare un futuro - Lombardini spiega che “spesso la cultura di queste donne è molto chiusa, con problemi di integrazione e di inclusione. Questi bambini mi colpiscono perché è un po’ come se fossero già “addestrati” a fare quello che sarà il loro domani: i furti. Ultimamente, mi ha colpito la soddisfazione delle mamme, felici che i propri figli ad un anno prendano, spinti dalla curiosità, una cosa (un pennarello, una matita) da una nostra borsa. Li incitano, dicono loro che devono imparare presto. Queste donne pensano che i figli, nella loro vita, non possano fare altro che rubare”. Una cultura chiusa porta anche ad un carattere chiuso, “alcune sono abituate a vivere in un certo tipo di contesto, con loro è difficile rapportarsi e sono più chiuse anche nei nostri confronti”. Lo scopo dei laboratori tenuti da Lombardini e da altre sue colleghe è di far lavorare mamme e bambini insieme, “a volte è molto difficile perché la mamma tende a fare tutto da sola, è lei che vuole passare quelle tre ore a fare qualcosa. Per le donne è un momento di svago, di distrazione, alcune non capiscono che l’obiettivo è un momento di condivisione con il figlio”.

Qui la festa della mamma dura due settimane - “A maggio, in occasione della festa della mamma, abbiamo dedicato due settimane solo a quella. Abbiamo preparato con i bimbi dei cartelloni, dei biglietti d’auguri e abbiamo consegnato una sorta di diplomi alle mamme. E poi, abbiamo lavorato su delle poesie, con delle semplici schede didattiche”, racconta Lombardini. “Di prassi, è previsto che il lunedì facciamo pittura e disegno e il giovedì la lettura e la scrittura creativa. Ma ogni volta cerchiamo una tematica per sviluppare l’attività da fare. Essendo molto piccoli, amano fare esercizi di motricità, ritagliare, incollare, mettere le forme al posto giusto e lavoriamo molto anche su questo. Proponiamo loro anche mosaici con la carta crespa”.

A prendere il sole tra le giostrine - Con l’arrivo dell’estate, “le mamme adesso stanno sempre fuori a prendere il sole. C’è uno spazio esterno, con dei giochi per i bambini, dei tavoli coperti. Fortunatamente c’è questo spazio che utilizzano quando vogliono, senza limiti di orari. Da aprile svolgiamo i laboratori fuori, prima li facevamo nella sala colloqui. Quando arriviamo”, racconta, “condividiamo la merenda, con yogurt, biscotti, merendine e succhi di frutta”.

La commozione quando escono - I bambini entrano ed escono spesso dall’istituto. “Il momento dei saluti è sempre molto commovente. Una ragazza di origine straniera, fino a poco tempo fa, era nell’icam con tre figli, di cinque, quattro e due anni. Lei ci ha abbracciato e ringraziato di tutto. Anche i bambini sono stati altrettanto affettuosi con noi. E poi fuori c’erano i nonni, che non ci avevano mai visto prima, anche loro ci hanno abbracciato e ringraziato. È stato un bel momento”.

Le relazioni tossiche delle donne - Lombardini racconta che “le donne che sono nell’icam hanno relazioni tossiche con compagni e mariti che le comandano. Loro sono sottomesse, succubi. Si sono fidanzate da giovanissime, hanno iniziato a fare figli, i mariti spesso non hanno permesso loro di lavorare. Questo riguarda soprattutto le donne dell’Est, che spesso stanno dentro qualche mese, poi escono ai domiciliari e ritornano dentro di continuo. Ora, nell’icam c’è anche una donna incinta che uscirà a breve, è all’ottavo mese di gravidanza e l’istituto non è attrezzato per un parto. Verrà trasferita in una struttura attrezzata”. Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.

Empatia e ascolto senza pregiudizi - “Ascoltare senza giudizi e pregiudizi ed essere molto empatica. Questo serve per fare il mio lavoro in questo ambito”, dice Lombardini. “Bisogna essere molto predisposti sia con le donne che con i bambini. L’approccio con i piccoli è fondamentale. Io sono molto affettuosa, le mamme con me hanno legato tantissimo. Mi metto nei loro panni”, prosegue, “mi pongo alla pari. Ci sono delle mamme che mi colpiscono per la vita che hanno. Siamo coetanee e molte hanno già tanti figli, i meno piccoli sono fuori dall’icam, riescono a vederli ai colloqui. Alcune hanno perso la responsabilità genitoriale, ma possono comunque incontrarli”.