di Simona Forti
La Stampa, 26 maggio 2025
In un mondo sempre più simile ad un campo di battaglia, su cui si combattono guerre armate e “guerre culturali”, alcune parole diventano munizioni. E così, a fronte di un’opinione pubblica sgomenta per l’azione genocidaria del governo israeliano, il 22 maggio alla Casa Bianca Trump impugna il termine genocidio e lo punta contro un attonito presidente del Sudafrica. L’accusa ha un risvolto perverso: Cyril Ramaphosa, a capo di una nazione che si è retta per 50 anni sulla segregazione dei neri, viene accusato dal bianchissimo Donald di assecondare il “genocidio dei bianchi” - degli Afrikaner -- che il suo paese starebbe perpetrando. È ovvio, come viene presto confermato, che la notizia è costruita ad arte, ma come leggerla? È solo espressione dell’ennesimo rito di umiliazione orchestrato dall’intemperante ed esibizionista presidente statunitense?
Torniamo per un istante a Gallarate e a quanto avviene il 17 maggio. Al teatro Comunale si tiene il cosiddetto Remigration Summit, a guida di Martin Sellner: un attivista austriaco di estrema destra, vicino ad Alternative für Deutschland, a cui Svizzera, Germania e Regno Unito hanno negato l’ingresso poiché ritenuto neonazista. La parola d’ordine, che il sindaco di Gallarate ha lasciato circolare, è, appunto, re-migrazione. Nonostante il tono tranquillizzante del principale organizzatore italiano dell’evento, Andrea Ballarati, ex militante dell’ala giovanile di Fratelli d’Italia - il quale si sforza di presentare il progetto come una benefica opera di legalizzazione -- il lemma rimanda al progetto di un rimpatrio forzato non soltanto degli immigrati irregolari, ma anche di quelli regolari e addirittura delle seconde generazioni con cittadinanza europea.
Sarebbe un grave errore sottovalutare il peso di queste parole e la loro forza di propagazione. “Genocidio dei bianchi” e “Remigrazione” sono indicatori che ci portano dritti alla teoria della Grande Sostituzione: il vero collante della composita galassia della destra globale, sia della destra che vuole governare, sia dell’ultradestra in bilico tra cospirazionismo ed eversione. Tale teoria viene dal passato, ovviamente, dall’antisemitismo francese e tedesco, ma nella sua versione odierna può servire a individuare i nuovi nemici.
Ancora troppo poco analizzata in Italia, sminuita spesso quale espressione di frange estreme e minoritarie, essa è in realtà in grado di fornire un terreno comune ad un universo percorso da correnti diverse e contrastanti, di mettere in dialogo la tecno-destra apocalittica della Silicon Valley con l’estremismo evangelico e il tradizionalismo cattolico, il nazionalismo identitario dei paesi europei con i gruppi neonazisti e i sostenitori del suprematismo bianco. Il testo che le ha dato nuova vita è di un autore francese: Renaud Camus. Nel 2012, egli mette insieme alcune sue conferenze dando loro un unico titolo: Le Grand Remplacement. L’autore è colto e raffinato, si muove a proprio agio tra Racine e Proust, Kant e Fanon. Soprattutto miscela con intelligenza i diversi toni. Ci sarebbe molto da dire su questo libro che parla della Francia, ma si rivolge all’intero Occidente bianco. Esso combina con astuzia molti elementi: dalla battaglia contro il ‘dogmatismo uscito dalla condanna della Shoah’, che impedisce di parlare di razze diverse, all’odio nei confronti di un capitalismo rapace che sta distruggendo il pianeta e la sua bellezza. Con occhio da scienziato sociale, individua nel tasso di fertilità delle donne arabe il mezzo più sicuro per la riuscita della sostituzione, ma la sua supposta neutralità sociologica scema quando accusa le élites mondialiste di favorire il nuovo “totalitarismo imperialista” islamico. Sono queste, per lui, a incentivare il tramonto dell’uomo bianco, carico di specificità, di tradizioni nazionali, di cultura, per sostituirlo con un nuovo tipo umano meticcio, “svuotato”, e pertanto sempre sostituibile.
Il vero obbiettivo, allora, è svegliare le coscienze di fronte al pericolo incombente della “contro-colonizzazione” da parte di coloro che mirano a prendere il posto “della razza bianca francese ed europea”, dei suoi valori, dei suoi costumi, delle sue forme estetiche, del suo cibo. Perché è indubbio che sia in atto una sorta di “pulizia etnica” dei bianchi da parte di arabi e islamici, la quale costringe “gli indigeni”, francesi ed europei, a sottomettersi o a fuggire. È dunque un appello a combattere “l’ebetudine organizzata” dei francesi e degli europei, che abdicano alla loro storia e dicono sì alla Grande Sostituzione.
È vero che Renaud Camus, nel testo, non spinge mai il suo linguaggio oltre certi limiti. Ma il messaggio de Le Grand Remplacement è davvero soltanto una sfida, come sembra sostenere anche Michel Houellebecq, per provocare i conformisti del multiculturalismo? Penso, invece, che ci sia assai di più in gioco. E sono convinta che l’ideologia che sta riuscendo a tenere insieme i vari pezzi della destra si presti anche ad una messa in atto di tutt’altra natura. Ricorro solo ad un esempio tra i molti: il 15 marzo 2019, a Christchurch in Nuova Zelanda, Brenton Terrant, un suprematista bianco, massacra 51 persone di religione islamica e lascia come testimonianza del suo gesto un manifesto dal titolo The Great Replacement, un esplicito riferimento a quella teoria che esorta i poveri bianchi a riprendersi ciò che è loro! Le parole sono munizioni.










