di Stefano Folli
La Repubblica, 3 agosto 2021
Il voto di fiducia alla Camera sulla legge Cartabia ha coinciso con l'avvio del fatidico "semestre bianco". La coincidenza è solo temporale, ma in fondo ha confermato la forza di un governo privo di alternative che non siano il caos. E ha dimostrato al tempo stesso la velocità con cui cambiano certe prospettive sul palcoscenico un po' malfermo della mediocre politica.
Pochi giorni fa il giornale ufficioso dei Cinque Stelle minacciava tempesta contro la "schiforma" della giustizia (brillante gioco di parole ripetuto per settimane) e raffigurava Giuseppe Conte come il paladino che avrebbe impedito l'operazione Draghi-Cartabia, sulla scorta degli argomenti sollevati da una parte della magistratura (e ignorando il giudizio favorevole espresso da altri magistrati). Si arrivava ad adombrare, per chi avesse voluto crederci, il ritiro dei ministri 5S dall'esecutivo e il passaggio all'opposizione dell'avvocato del popolo con un manipolo di fedeli. Tutto questo per difendere la democrazia oltraggiata dalla nuova legge che cancellava la precedente riforma "grillina" intitolata al ministro Bonafede.
Ovviamente non c'era nulla di vero. Nell'intervista di ieri alla Stampa, Conte afferma con serenità che "due terzi della riforma Bonafede" sono stati salvati e integrati nel testo Cartabia. Non solo. L'ex premier si è prodigato per richiamare all'ordine i dissidenti del movimento, cioè i parlamentari rimasti alla puntata precedente dello psicodramma, sulla scorta delle parole d'ordine incendiarie diffuse come coriandoli (P2, impunità ai mafiosi, Draghi peggio di Berlusconi, eccetera). Ora, considerando che quella campagna non si era certo sviluppata all'insaputa del semi-leader, se ne deduce che la situazione stava sfuggendo di mano e che l'avvocato - dopo l'intesa obbligata con Palazzo Chigi - ha avuto il suo daffare per rimettere il coperchio sulla pentola. Sembra esserci riuscito, salvo qualche eccezione, ma a prezzo della coerenza: il che testimonia di una persistente immaturità, perché il politico esperto riesce a sembrare coerente anche quando non lo è.
Sta di fatto che una frangia del movimento, soprattutto fuori dal Parlamento, adesso valuta persino Conte alla stregua di un traditore: basta vedere le ondate malevole sui social. Si voleva fare dell'avvocato un ariete contro Draghi, ma il principio di realtà ha prevalso sui velleitarismi. Il che obbliga i 5S a incamminarsi nel "semestre bianco" cercando una strategia politica che non sia di mero sostegno a Draghi, dopo aver tentato senza successo di esserne gli antagonisti, ma che non sia nemmeno la guerriglia permanente e autolesionista nei mesi decisivi per la ripresa economica. Non solo i mercati, nemmeno gli elettori capirebbero.
Conte può consolarsi con i sondaggi - vedi ieri quello su Repubblica - che valutano la sua popolarità tra i militanti del Pd. Tra i quali una larga maggioranza sogna di avere Conte come leader a mezzadria con i 5S in una sorta di partito unico. Sono le residue carte che il giurista pugliese può giocare (e non è poco), nel solco della vecchia linea Bettini-Zingaretti che si rivela più tenace del previsto. D'altra parte Enrico Letta non l'ha mai contraddetta. E si può presumere che non lo farà nei prossimi tempi, quando dovrà destreggiarsi nella giungla di Siena. La sua candidatura e il caso Monte dei Paschi: un'altra coincidenza e questa è molto rischiosa.











