di Riccardo Arena
La Stampa, 4 novembre 2024
Profumo di libertà per i mafiosi sepolti da ergastoli o condannati a pene pesanti: per poche ore o per pochi mesi, grazie a permessi premio concessi a detenuti-modello; o in attesa di una sentenza definitiva che non arriva a distanza di anni dagli arresti. Sono poco meno di una ventina i boss tornati in Sicilia o comunque usciti in permesso o in semilibertà. Numero che ricomprende anche coloro che sono fuori per la scadenza dei termini di custodia cautelare. Segno che la magistratura di sorveglianza crede alla volontà di riscatto di gente ormai anziana, fra i 70 e gli 80 anni, come Raffaele Galatolo, boss dell’Acquasanta e stragista del 1992, del capomafia di Santa Maria di Gesù Ignazio Pullarà, di Paolo Alfano, killer di corso dei Mille, detto Petru Zappuni per via degli incisivi pronunciati, tutti beneficiari di permessi premio, mentre Giovanni Formoso, che è all’ergastolo anche per la strage di via Palestro, a Milano, ha ottenuto la semilibertà: di giorno lavora in una istituzione religiosa di Scampia, la sera rientra nel carcere di Secondigliano.
I permessi, di cui si è appreso in questi ultimi giorni, sono stati in gran parte già goduti dai capimafia o dai fidati gregari che hanno riassaggiato temporaneamente la libertà grazie alla loro trasformazione, che sarebbe avvenuta durante la detenzione, comprensiva di rottura col passato criminale. Anche Galatolo ha il permesso di uscire regolarmente da Secondigliano per andare a lavorare ed è stato anche a Palermo in permesso. Pullarà e Alfano, anche loro esponenti della vecchia mafia, dopo aver rivisto la loro città, sono di nuovo in cella. In comune tutti questi personaggi hanno l’essere irriducibili, mai una confessione, un’ammissione, una collaborazione con lo Stato. Eppure le regole e le loro interpretazioni, nel dibattito tra garantisti e sostenitori dei principi costituzionali legati alla rieducazione e alla non disumanità della pena, ballano ora da una parte, ora dall’altra: e le norme assai stringenti previste dal decreto legge 162 del 2022, finalizzate a circoscrivere il più possibile le chance di ottenere permessi o misure alternative al carcere, per i mafiosi, sembrano non coincidere con l’orientamento assai meno rigido della Consulta.
Discorso diverso, invece, per i mafiosi del clan di Matteo Messina Denaro e per il boss emergente Giuseppe Corona: in comune queste due vicende hanno una Corte d’appello, come quella di Palermo, intasata da una miriade di processi minori e da organici di giudici quanto mai ristretti. È così accaduto che i dieci fiancheggiatori del boss del Trapanese, catturato il 16 gennaio 2023, dopo trent’anni di latitanza, e poi morto il 25 settembre successivo, avessero goduto di una riduzione di pena rispetto al primo grado di giudizio, grazie al venir meno dell’aggravante del reimpiego nell’economia legale dei proventi dell’attività illecita. Il processo per loro era stato annullato con rinvio dalla Cassazione e la nuova sentenza di secondo grado aveva disposto la riduzione delle pene. Cosa che ha fatto scendere il tetto massimo della custodia cautelare da 9 a 6 anni. Fuori dal carcere così anche Nicola Accardo, di Partanna, e Vincenzo La Cascia, di Campobello di Mazara, il paese dove Messina Denaro ebbe il proprio ultimo rifugio da libero.
Situazione analoga per il palermitano Corona, pure lui beneficiario della condanna ridotta per via del venir meno di quella stessa aggravante di tipo economico e pure lui fuori per decorrenza dei termini: magra consolazione, una manciata di giorni dopo gli hanno imposto divieto di dimora in Sicilia, obblighi di stare a casa di sera e di firmare dalla polizia giudiziaria. Nel suo caso, sotto un profilo squisitamente probabilistico, la sentenza, che risale a marzo, sarebbe già potuta passare in cosa giudicata, ma la terza sezione della Corte d’appello non è ancora riuscita a depositare i motivi della decisione, che occorre conoscere per fare il ricorso in Cassazione. Quindi apparentemente Corona ha ancora mesi, se non anni, di libertà, davanti a sé.











