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di Claudia Osmetti


Libero, 6 febbraio 2021

 

Sbandierati dal ministro per svuotare i penitenziari e contenere il virus, sono finiti nel dimenticatoio. In due anni ne sono stati chiesti 10mila e solo 4mila sono attivi. E per fortuna che il ministro (uscente) Bonafede s'era prodigato a ripetere in ogni salsa, nel marzo scorso, che i braccialetti elettronici avrebbero risolto il problema del sovraffollamento carcerario con la pandemia che, allora, avanzava.

Oggi il coronavirus è ancora qui, ma sui dispositivi per il controllo a distanza dei detenuti sono rimaste solo le polemiche. L'ultima, riassunta dal deputato di Italia Viva Roberto Giachetti in un'interpellanza urgente presentata poco prima che le Camere entrassero in stand-by per la crisi di governo: quanti ne sono effettivamente arrivati? Pochi, e mica per colpa della società che si è appaltata il bando (Fastweb), ma perché il numero di quelli richiesti è stato irrisorio.

Premesso che a spulciare carte, contratti di ingaggio e clausole da avvocati consumati c'è da diventare pazzi, il punto è che, da fine dicembre 2018 a metà gennaio 2020, via Arenula (ossia il dicastero della Giustizia) ne ha richiesti appena 10.155, di cui ben oltre la metà, cioè 5.940, sono al momento disattivati e 4.215 risultano ancora attivi. Lo dice il reggente dei 5 Stelle Vito Crimi (rispondendo a Giachetti), giusto per puntualizzare la fonte.

Epperò, dai documenti, vien fuori anche un'altra storia: ovvero che Fastweb, in base agli accordi siglati, sarebbe in grado di garantire una fornitura di mille braccialetti al mese, addirittura maggiorata del 20% (1.200 braccialetti) qualora ce ne fosse bisogno. Ora, non è necessario avere una laurea in matematica per fare di conto: un migliaio di braccialetti al mese per ventiquattro mesi fanno 24mila braccialetti, più di quelli che sarebbero serviti.

Invece che fine hanno fatto i 14mila mancanti? Bella domanda, perché sì, se ci fossero stati i contagi dietro le sbarre si sarebbero sicuramente contenuti con maggiore facilità, ma no, non è andata propriamente in questo modo. È andata pure peggio: con il governo Conte-bis che, anziché chiedere a Fastweb quella commessa che già gli spettava per contratto, nella primavera dello scorso anno ha deciso di affidarsi all'iter semplificato di Domenico Arcuri, il super-commissario dell'era Covid. E che succede?

Fastweb si è trovata davanti un'altra e distinta richiesta, per conto del Dap (il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) per 1.600 dispositivi in aggiunta. Chiariamo, la ditta non ne può niente: è ai piani alti del ministero che avrebbero bisogno di un abaco. Invece, per la seconda fornitura, si è speso la bellezza di oltre due milioni di euro (2.510.000, a onor di cronaca), comprensiva di tutte le spese: i device in sé, che non costano poco, la manutenzione e l'outsorcing. Da Fastweb dicono (giustamente) che loro fan quello che gli chiedono, sono le forze di polizia in base alle disposizioni dei magistrati che devono avanzare le domande. È anche logico.

Ma allora di chi è la responsabilità? È il gioco delle tre carte, da una parte il Viminale (da cui dipendono gli agenti), dall'altra la Giustizia. Nel mezzo, Pantalone (cioè noi, i contribuenti) che da anni paghiamo cifre esorbitanti per i braccialetti elettronici che non ci sono. O meglio, in potenza ci sono ma non li usiamo. Solo il contratto per il triennio 2018-21 può valere qualcosa come 7,7 milioni di euro (dipende dal numero dei braccianti effettivamente attivati e monitorati), ma complessivamente, negli anni passati, abbiamo messo sul piatto almeno 173 milioni di euro a fronte di solo 2mila cavigliere utilizzate prima dell'emergenza sanitaria: abbiamo speso più di 86mila euro a braccialetto, se li compravamo da Tiffany risparmiavamo qualcosa.

C'è chi invoca (sempre Giachetti nel corso della relazione in Parlamento sulla questione) l'intervento della Corte dei Conti, e forse non ha tutti i torti. Tant'è, l'accoppiata Crimi-Bonafede si è anche apprestata a chiarire (lo riporta il Corriere) che "non risultano richieste pendenti da parte delle autorità giudiziarie, tutte sono state gestite o programmate". Come a dire, di braccialetti siamo pieni, se non si usano è perché nelle carceri c'è posto per tutti: poi vai a spiegarlo ai 114 detenuti su 188 che a Caltanissetta si sono recentemente visti riconoscere un risarcimento a causa del sovraffollamento delle loro celle. Ma quella è un'altra questione.