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di Argia Di Donato

Il Riformista, 21 ottobre 2022

Ho partecipato per la prima volta a un laboratorio di Nessuno tocchi Caino nel carcere di Secondigliano con i detenuti sottoposti al regime di alta sicurezza, quelli considerati dalla società “i più cattivi di tutti”.

Rievoco gli occhi di quei “ragazzi” - perché ai miei occhi restano tali -, in cui si agitano oceani densi di luci e ombre di interminabili colori dalle mille sfumature, narratori sofferenti di realtà possibili e opportunità negate. Universi infinitesimali di mondi generati da illusioni, sogni e incubi, visioni e dolori, fede e speranza, cedimenti e ricostruzioni. Sono stati momenti molto intensi. Eravamo come immersi nello stesso fiume, le cui acque mutavano direzione di continuo. Abbiamo parlato di fede, speranza, autenticità, volontà, diritti, doveri, toccando le vette più alte del pensiero filosofico occidentale e orientale. E poi abbiamo parlato di farfalle. Ho chiesto loro se conoscessero il ciclo di una farfalla. Tutti hanno risposto che la farfalla vola. Libera, ha aggiunto qualcuno. Uno dei ragazzi, Giosuè, come per magia, si è alzato in piedi e ha detto “Io ho scritto una poesia su una farfalla” ed è scappato per andare a cercarla. È tornato con versi straordinari, come questi: “Ti sei appoggiata in queste quattro mura, qualcuno mi dice che mi porterai fortuna. Eri bella ondulante e profumata, ma io dalla mia cella fuori ti ho cacciata. Voglio che tu spieghi le ali e voli via. Qui troverai solo lamento e malinconia. Qui non c’è un campo fiorito e aromatizzato, c’è solo cancelli, cemento e ferro temprato.” Mentre osservavo i ragazzi interagire con noi, pensavo al fatto che se non si conoscesse il ciclo di vita di questo incredibile insetto capace di stravolgere completamente le proprie forma ed essenza, pochissimi riuscirebbero a ritenere come vera e possibile la sua metamorfosi. In effetti, basta osservare per bene un bruco. Egli è sgraziato, vorace, famelico e distruttore. In taluni casi è assai brutto e spaventoso da vedere. Davvero pochissimi crederebbero al fatto che la farfalla è la sua faccia “altra”.

La nostra è una società ipocrita. Mira a sanzionare senza rieducare. Punire o privare qualcuno della libertà senza consentirgli di comprendere la natura del proprio errore per imparare dallo stesso, non ha alcun senso se non quello di generare altri tipi di mostri. Dentro e fuori le stesse mura che separano noi, qui, da loro, lì. La nostra società è una società malata. Non riesce a guardarsi allo specchio, non è capace di essere sincera con se stessa, non riesce a essere autentica. Siamo ancora tropo legati a una visione dualistica del mondo. Bene e male ci separano sia dall’”altro”, sia da noi stessi, nella nostra parte più autentica. E solo abbandonando questa schematica “opposizione” avviene il miracolo della trasformazione. Come le farfalle. Che muoiono strisciando per rinascere volando. Sono fermamente convinta che i detenuti degli istituti penitenziari siano la nostra parte nascosta a noi stessi, quella parte scomoda che non vogliamo vedere perché giudicanti e impauriti. È più facile chiudere i mostri in gabbia. Così evitiamo di vedere il nostro di mostro. Quel mostro che rifiutiamo, puniamo, giudichiamo. Quel mostro che rinneghiamo e che condanniamo. Perché non ascoltarlo? Vederlo per ciò che è? Accoglierlo? E perdonarlo?

La storia della nostra civiltà è testimone che il genere umano, a livello collettivo, pensa per separazione. I grandi pensatori, i grandi artisti, i letterati, gli scienziati, i maestri spirituali ci dicono invece che siamo parte di un unico tutto. E che siamo tutti collegati. Gli uni con gli altri. Se guardiamo le stelle, il sole e la luna e gli astri del cielo, in essi c’è sia la parte illuminata sia la parte in ombra. Perché in ogni cosa respira la Luce e l’Ombra, e queste due realtà - necessarie per l’evoluzione dell’Anima dentro di noi si alternano danzando in una spirale possibilistica di estatica bellezza. Senza conflitto. Questo fa di tutti noi esseri unici e irripetibili. Bene e male sono soltanto termini inventati dalla nostra specie per “confinare” ciò che non può essere definito nettamente per nostra incapacità. Bene e male sono concetti che nascono per la nostra difficoltà a pensare in termini di unicità. Bene e male sono solo parole. Perché la sostanza delle cose resta quella che è. Ed il cambiamento, quello vero, è il grande miracolo. Anche se difficile, pericoloso e doloroso.

Bruchi e farfalle. Noi, qui, e loro, lì. Non c’è differenza né separazione. Siamo l’uno specchio dell’altro, facce della stessa medaglia, petto e schiena dello stesso corpo. Noi siamo loro. E loro sono noi. È soltanto la fede nella Speranza a dare forza alle nostre ali e a sollevarci fin su nella parte più alta del cielo per guardare la luce delle stelle.