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di Enrico Sbriglia

L’Opinione, 6 aprile 2022

Sebbene sgomenti quanto di orribile e disumano stia accadendo in Ucraina, la comunità degli Stati non deve rinunciare, attraverso i propri governi, ad ammonire i contendenti, benché di fronte l’evidenza di uno Stato aggressore e di un altro aggredito, affinché entrambi rispettino le regole internazionali in tema di trattamento dei prigionieri di guerra, talché non si aggiungano ulteriori orrori a quelli già causati. Quello del trattamento dei prigionieri, infatti, in particolare se militari, hanno non poche volte rappresentato un’ulteriore narrazione delle guerre, rappresentando quella parte delle storie spesso nascoste, non raccontante, capaci di minare nel profondo l’autorevolezza e la stessa credibilità degli Stati chiamati in causa.

Un tanto nonostante che già una delle parti, l’aggressore, abbia mostrato di disconoscere il ruolo e la competenza delle giurisdizioni internazionali, mentre l’aggredito, invece, e tale circostanza non è priva di significato, ne ha chiesto l’intervento, riconoscendone il ruolo. Emblematica, a tal proposito, è apparsa la reazione della Federazione Russa verso la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, subito preoccupatasi per il rischio di gravi violazioni dei diritti della popolazione civile, citando il diritto alla vita, la proibizione della tortura e di trattamenti inumani o degradanti e il diritto al rispetto della vita privata e familiare e ordinando di astenersi dall’attaccare civili, scuole e ospedali, sia verso la Corte Internazionale di Giustizia che aveva ordinato di “sospendere immediatamente le operazioni militari iniziate il 24 febbraio nel territorio dell’Ucraina”.

Si dirà che mentre i cannoni tuonano, solo il fragore delle armi possa trovare ascolto, ma si commetterebbe un gravissimo errore, perché, comunque andranno le cose, il ricordo delle malefatte permarrà; la storia ci insegna che degli atti eroici ci si possa perfino dimenticare, ma mai delle infamie e delle barbarie: il loro ricordo, e ciò che ne deriva nell’ambito delle relazioni umane, attraversa e perfora le pareti del tempo, trovando ospitalità e perfino conforto nelle generazioni che verranno, dando progressivamente vita ad una semina e ad un raccolto di odio dagli effetti devastanti, come le bombe a scoppio ritardato, e così condizionando per anni la coesione e la pacifica convivenza delle comunità.

Pur provando a comprendere come ci si possa sentire di fronte al proprio villaggio distrutto, alla propria città rasa al suolo, alle violenze perpetrate verso innocenti, vecchi, donne e bambini, verso i simboli della propria cultura, storia e patria vandalizzati, verso i saccheggi e gli stupri, occorre, pure in tali terribili contingenze, essere davvero forti e giusti, non smarrendo il senso di umanità e lo spirito di legalità. L’imporre a se stessi, infatti, il rigore della legalità, risulterà, a ben guardare, la dimostrazione di una prova agita dell’effettiva volontà di adesione al consesso degli Stati per davvero democratici; insomma, sarà una chiara testimonianza di civiltà, consentendo di agevolare anche la ripresa di qualunque negoziato di pace.

Non sappiamo in quale misura le notizie diffuse dagli organi di stampa e dalle agenzie siano davvero genuine e non invece frutto dell’antica pratica della propaganda, ma se corrispondesse a verità che la Federazione Russa abbia lanciato contro l’Ucraina una moltitudine di “ragazzetti” in uniforme, che semmai, qualche ora prima della partenza, con i loro dispositivi cellulari, all’interno delle loro caserme o nelle proprie case, ascoltavano i Måneskin o tifavano per il Chelsea di Roman Abramovič, tale circostanza ci offre l’idea della tragedia in corso.

Si dice che molti dei militari russi si siano arresi, o comunque siano caduti in mano alle forze armate ucraine; ebbene sarebbe davvero significativo, dirimente, fortemente europeo che i “captivi”, i prigionieri, pur nelle evidenti difficoltà e complessità che un’aggressione bellica in atto comporti, ricevano un trattamento coerente con la Convenzione III di Ginevra, relativa al trattamento dei prigionieri di guerra (1949). Sicuramente ciò rafforzerebbe e conforterebbe l’auspicio dell’ingresso dell’Ucraina alla grande famiglia dell’Unione europea, facendola apparire ancora più meritevole di fiducia e ascolto. Un tanto anche perché quanto accaduto avrà certamente conseguenze, servendoci a tratteggiare i volti dei responsabili con tutto ciò che ne verrà.