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di Giulia Merlo

Il Domani, 7 dicembre 2025

La settimana della giustizia è stata animata soprattutto dalle iniziative in vista del referendum. La parte che più si sta muovendo è quella che farà campagna per il sì. Nel mondo del centrodestra, i partiti non faranno un comitato ma FI ha nominato Giorgio Mulé come coordinatore e nei giorni scorsi si è svolta una riunione di coordinamento con gli altri partiti (con strascichi polemici). Per quanto riguarda i comitati, l’Anf ha lanciato una campagna di comunicazione con il claim “Sì. Confrontiamoci”.

Il segretario generale, Giampaolo Di Marco, ha spiegato che “la separazione delle carriere è una storica rivendicazione dell’avvocatura” ma la riforma “delle funzioni e il sistema di composizione del Consiglio superiore della magistratura, pur perseguendo il condivisibile obiettivo della separazione delle carriere, contiene degli elementi non convincenti”. Anche l’Ocf si sta muovendo, con la creazione di un coordinamento con le associazioni forensi per portare avanti le ragioni del sì alla riforma. Intanto, sia il ministero della Giustizia che le camere penali stanno lavorando per ottenere i dati degli uffici giudiziari, utili anche alla campagna referendaria.

I comitati per il no e il caso Bertolini - Sul fronte del no, invece, il Pd per ora non ha istituito comitati e la campagna non è ancora cominciata. L’Anm, invece, è molto attiva con il suo comitato per il no. In seguito alla notizia che la consigliera del Csm, Isabella Bertolini, ha partecipato alla riunione di coordinamento del centrodestra nella sede di FdI in via della Scrofa, il presidente Enrico Grosso ha commentato che “Il caso Bertolini dimostra con chiarezza perché al referendum sulla legge Nordio bisogna votare No”. E ancora, “che una componente del Consiglio superiore della magistratura -l’organo che garantisce l’indipendenza dei magistrati - partecipi a un incontro di un partito di maggioranza è un fatto oggettivamente inopportuno. Ma oggi, grazie alla Costituzione, questo non altera l’equilibrio tra i poteri dello Stato perché i membri togati del Csm sono eletti dai magistrati e rappresentano un contrappeso autorevole e forte al potere politico”. Con la riforma, invece, “i laici scelti dalla maggioranza parlamentare diventerebbero ancora più influenti, mentre i magistrati, scelti per sorteggio, sarebbero più deboli e privi di una legittimazione interna. Il risultato sarebbe un Csm inevitabilmente più esposto alla maggioranza di governo”.