di Valter Vecellio
Italia Oggi, 19 giugno 2021
Il ministro Franco non può darli alla Commissione giustizia della Camera perché non ce li ha. Si ha un bel dire: "Male non fare, paura non avere". Impossibile non esser preda di inquietudine quando si apprende che il ministro dell'economia Daniele Franco non può fornire alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati i dati relativi alle ordinanze di ingiusta detenzione degli ultimi anni. È un inviolabile segreto di Stato? La conoscenza di questa documentazione mette a repentaglio l'incolumità di qualcuno, pregiudica l'esito di importanti indagini?
Magari. Niente di tutto ciò. La documentazione non è disponibile "semplicemente" perché, pur vivendo nel tempo dei computer e della telematica, raccoglierla in modo organico richiederebbe un titanico sforzo che manderebbe in tilt gli uffici preposti del ministero della Giustizia. Da ciò due ammissioni, fonti di ulteriore inquietudine: si tratta di una copiosa documentazione; e versa in desolante, imperante disorganizzazione: documenti solo in parte digitalizzati, per lo più sparsi in mille faldoni, cartellette, fascicoli.
Comunica il ministro Franco ai parlamentari della Commissione: "Pur disponendo delle ordinanze integrali...le stesse non sono detenute in una base dati strutturata, bensì classificate all'Interno dei singoli fascicoli di pagamento, solo in parte digitalizzati". Traduzione del burocratese: le carte ci sono; ma metterle in ordine, renderle accessibili, comporta un dispendio di energie e di risorse che non si ritiene di dover sostenere. E infatti: "Per poterle trasmettere a codesta Commissione occorre uno sforzo organizzativo e operativo che porterebbe a impegnare l'Ufficio competente per diverse settimane, in considerazione dell'elevato numero di ordinanze (circa 5.900)".
Comunque parte di un più vasto iceberg: pare che non poche procure non si diano pena di trasmettere i loro dati al ministero. Quello che si apprende, comunque basta per farci arrossire di vergogna: quei quasi seimila casi, si riferiscono al quinquennio 2015-2020: più di mille casi l'anno, tre errori/orrori al giorno, comprese le domeniche e le feste comandate.
Nulla di nuovo sotto il sole, obietterà un "addetto ai lavori". Vero, ma questa non è un'attenuante, è un'aggravante. Già trent'anni fa, nella prefazione a un mio volumetto che raccoglieva storie di sventurati incappati nelle maglie della giustizia (da qui, il titolo: "Storie di ordinaria ingiustizia"), Leonardo Sciascia con lucida amarezza annotava: "L'innegabile crisi in cui versa in Italia l'amministrazione della giustizia (e crisi è forse parola troppo leggera) deriva principalmente dal fatto che parte della magistratura non riesce introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l'arbitrio".
Poi, un possibile rimedio: il magistrato, superate le prove d'esame e vinto il concorso, trascorra qualche giorno fra i comuni detenuti, in carceri come il palermitano Ucciardone o il napoletano Poggioreale. "Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza". Suggerimento paradossale, ma non tanto.
Nicola Graziano, magistrato del Tribunale di Napoli, si chiede: quanto ne sanno di carcere i magistrati? Quanto conoscono il mondo in cui finiscono i condannati e molto spesso persino gli indagati, i presunti innocenti, i cittadini in attesa di giudizio? Quanti sono andati oltre la saletta dei colloqui per vedere con i propri occhi come si vive dietro le sbarre, nei luoghi della pena che secondo la Costituzione dovrebbero servire soprattutto a responsabilizzare l'autore di un reato e sostenerlo nel percorso di reinserimento sociale? La risposta a queste domande è che "un tirocinio all'interno delle carceri dovrebbe far parte del percorso formativo di ciascun magistrato".
Graziano questa esperienza l'ha fatta: ha voluto trascorrere, d'intesa con i responsabili dell'allora carcere psichiatrico di Aversa qualche giorno da "detenuto". Un tirocinio formativo all'interno degli istituti di pena, lo definisce: "Un'esperienza formativa molto utile che può sicuramente dare un valore importante. Soprattutto quando si è all'inizio della carriera, si arriva un po' troppo giovani a funzioni che sono molto importanti. Il magistrato entra nella vita delle persone. Per questo un tirocinio formativo penitenziario sarebbe da riprendere e incentivare". Per credere, sfogliare "Matricola zero zero uno", il libro che da questa esperienza ha ricavato.
Sempre pronti a invidiare l'erba che cresce nel giardino del vicino, si potrebbe prendere esempio dai "cugini" francesi: la loro "Ècole nationale de la magistrature" prevede stage penitenziari obbligatori per gli aspiranti magistrati: una settimana vissuta all'interno di una prigione assieme agli agenti della penitenziaria, e così osservare con i propri occhi la realtà dietro le sbarre. Vedi mai che quei mille errori/orrori giudiziari che si consumano ogni anno si riducano drasticamente?











