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di Giulia Merlo

Il Domani, 9 settembre 2025

Il Pd ha organizzato audizioni informali contro la riforma “che è un attacco alle toghe”. Presenti Cgil e Uil, Acli e Anpi, ma soprattutto nomi di peso come Coppi e Cassano. Infine il Pd ha iniziato la mobilitazione contro la riforma della giustizia firmata da Carlo Nordio. Non che ci fossero dubbi sull’orientamento - i dem hanno votato contro la riforma costituzionale sia alla Camera che al Senato - e già molti singoli parlamentari si sono spesi in iniziative pubbliche, ma ieri si è svolto il primo evento davvero connotante. Di fatto si è trattato del via a quella che sarà una lunga campagna referendaria fino al voto al referendum previsto probabilmente per giugno 2026: l’autunno “di lotta e di piazze” chiamato dalla segretaria Elly Schlein.

Il percorso parlamentare - vista la maggioranza solida- procederà spedita e senza possibili intoppi fino al sì definitivo. Infatti è in vista del referendum che i dem hanno scelto di attirare l’attenzione. Presso la sala Berlinguer della Camera, i gruppi parlamentari del Pd hanno tenuto una audizione informale sui contenuti della riforma dal titolo: “Non disturbare il manovratore”. Chiaro l’intento di polemica con la maggioranza, che ad oggi non ha fissato alcuna audizione in vista del secondo passaggio del testo a Montecitorio, che dovrebbe cominciare nelle prossime settimane.

Una riforma “nata da una scelta tutta governativa, senza alcuna apertura al confronto, come confermano le parole del ministro Nordio”, ha detto la responsabile Giustizia Debora Serracchiani, con testo “blindato” e “metodo che nega il ruolo del parlamento”. Nel merito, “un attacco diretto alla magistratura e alle garanzie dei cittadini stessi: non rafforza i diritti, ma li indebolisce” e che non affronta i “problemi veri come la lentezza dei processi al sovraccarico degli uffici giudiziari”.

Del resto citare la riforma - che separa i giudici dai pubblici ministeri, crea due Csm e un’Alta corte disciplinare e introduce il sorteggio per i membri - è diventata l’espediente preferito dei membri del governo: tutti, a partire dalla premier Giorgia Meloni, non perdono occasione di attaccare la magistratura e sottolineare la necessità di riformarla. Da Carlo Nordio a Matteo Salvini, passando per Antonio Tajani e il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo per arrivare addirittura al ministro per la Protezione Civile Nello Musumeci: tutti, negli ultimi mesi, hanno individuato nelle toghe il bersaglio preferito.

Ora, con il Pd, sta iniziando a coagularsi una risposta più solida agli attacchi del governo. Ad essere rilevante, infatti, è l’elenco dei nomi e le sigle che hanno aderito alle audizioni informali: una presa di posizione che si traslerà con tutta probabilità anche in un impegno per il no al referendum costituzionale. Alla chiamata dei dem hanno risposto, come da pronostico, i sindacati di Cgil e Uil ma anche le Acli e l’Anpi. Poi ovviamente l’Anm, che è da mesi impegnata in un duro braccio di ferro con via Arenula. “É una riforma che, cambiando il Csm, indebolisce l’indipendenza di tutti i magistrati attraverso un progressivo allontanamento del pm dalla giurisdizione. Per questo saranno i cittadini a pagarne le conseguenze”, ha detto il presidente Cesare Parodi.

Non solo, però: nell’elenco degli auditi, tra professori e costituzionalisti, spiccano due nomi per certi versi inattesi. A dire sì alla chiamata del Pd, infatti, è stata Margherita Cassano, appena andata in pensione dopo aver lasciato - prima donna a ricoprire il ruolo - l’incarico di prima presidente della Corte di Cassazione. Lei, toga considerata conservatrice (nel 1998 è stata eletta con Magistratura indipendente al Csm) ma anche magistrata prima inquirente e poi giudicante, si è sempre schierata contro la separazione delle carriere e lo stravolgimento del Consiglio superiore. Nel suo intervento ha individuato i rischi di quella che ha definito una “separazione culturale mediante istituzione di due Csm”, separazione che “rafforzerebbe ulteriormente il potere del pubblico ministero, essendo egli già titolare di un potere molto incisivo sulla vita delle persone, qual è quello dell’apertura di un procedimento penale”. La posizione di Cassano è da tempo nota ed espressa anche al Csm, tuttavia la sua presenza ha dimostrato quanto la prima presidente emerita - con il suo bagaglio di prestigio e influenza - intenda portare il suo contributo anche in sede di referendum.

Altra presenza tutt’altro che scontata è stata quella del professore e penalista di gran fama Franco Coppi, controcorrente rispetto all’Unione italiana camere penali che da subito si è schierata a favore della riforma, come del resto gran parte dell’avvocatura associata. Una posizione, la sua, che dà voce a quella parte di avvocati scettici sulla necessità di un intervento che - per dirla con Coppi - “non risolve nulla” dei mali della giustizia come i tempi lunghi e gli errori giudiziari ed è “inutilmente ideologica”, come ha detto alla Stampa.

Quello di ieri è stato il primo colpo di cannone dell’opposizione: la strada per il referendum è ancora lunghissima ma i due ultimi passaggi a Camera e Senato saranno l’occasione per il Pd di far trovare spazio alle ragioni del no. Con la consapevolezza che la sfida sia sì difficile ma non persa in partenza (l’ultimo sondaggio di Demos, di fine luglio, indica un 48 per cento di contrari contro un 52 per cento di favorevoli), nonché inevitabilmente influenzata anche dal gradimento per il governo al momento del voto.