di Francesco Grignetti
La Stampa, 20 gennaio 2023
Serve a spezzare i contatti dei boss con l’esterno, ma anche a piegarli per spingerli a collaborare. Condizioni pesanti che limitano i rapporti con la famiglia. Più volte la commissione europea dei diritti umani è stata chiamata a pronunciarsi sulla norma.
È la tomba dei vivi, il 41bis, ovvero il carcere duro per mafiosi e terroristi. Ciò che davvero fa paura alla criminalità. Fu inventato ai tempi della mafia arrembante e la logica è intuitiva: serviva per spezzare i collegamenti con l’esterno, evitare che i boss continuassero a comandare da dentro le celle, e chiuderla con lo scandalo di certe carceri dove i padroni erano loro. Neanche troppo velatamente, c’è però un’altra motivazione meno nobile, ossia piegare le volontà più riottose e spingerle alla collaborazione.
Le condizioni di vita del detenuto soggetto al 41bis sono obiettivamente pesanti. Obbligatoriamente chiuso in una cella singola per l’intero giorno. Ha diritto ad appena due ore al giorno di “socialità” in gruppi composti da massimo quattro persone, tutti allo stesso livello di sicurezza. La regola non vale però per i boss più in vista, il Gotha del Gotha criminale, che vengono detenuti nelle cosiddette aree “riservate” e svolgono la socialità con una sola altra persona, e sempre la stessa.
Il capo dei capi - È il caso famoso di Totò Riina che nel carcere milanese di Opera poteva passeggiare esclusivamente con un altro detenuto, il pugliese Alberto Lorusso, affiliato alla Sacra Corona Unita e forse infiltrato agli apparati. Nelle loro lunghe e ripetitive passeggiate, ascoltate con microspie, Riina parlò di molte cose, anche con una buona dose di esaltazione. “Deve succedere un manicomio, deve succedere per forza... Se io restavo sempre fuori, io continuavo a fare un macello, continuavo al massimo livello”. E si vantava a ripetizione, di quello che aveva fatto. Aggrappato alla sua crudeltà del tempo che fu. Riferendosi alle stragi, infatti, e alla morte di Falcone e Borsellino, diceva: “Loro pensavano che io ero un analfabeticchio, così la cosa è stata dolorante, veramente fu tremenda, quanto non se lo immaginavano.
Totò Riina è morto in carcere, nel carcere di Parma, dove pure vengono rinchiusi quelli del 41bis, il 17 novembre 2017. Perché in carcere si muore davvero se soggetti al 41bis. Ultimamente è deceduto a Milano il boss Antonino Santapaola, fratello dello storico capomafia Benedetto. È morto all’Aquila il vecchio capo della camorra Raffaele Cutolo come anche Feliciano Mallardo.
Colloqui - Ciò che più li spaventa sono le restrizioni nei colloqui: uno solo al mese (invece di sei), di un’ora al massimo, e dietro un vetro divisorio, tranne se hanno figli minori di 12 anni, videosorvegliati da un agente di polizia penitenziaria. Su ordine della magistratura possono essere ascoltati dagli agenti. “Nel caso in cui i detenuti non effettuino il colloquio visivo mensile, possono essere autorizzati, dopo i primi sei mesi di applicazione del regime, a svolgere un colloquio telefonico con i familiari, che devono recarsi presso l’istituto penitenziario piu vicino al luogo di residenza al fine di consentire l’esatta identificazione degli interlocutori. La partecipazione alle udienze avviene esclusivamente “da remoto” in videoconferenza”, sintetizza l’associazione Antigone.
I Graviano - A luglio scorso erano 732 i detenuti al 41bis, in leggero calo rispetto al rapporto di Antigone del 2020 (759). La maggior parte sono nelle carceri dell’Aquila, di Opera, Sassari e Novara. Nel penitenziario abruzzese, Matteo Messina Denaro incontrerà vecchi sodali. C’è ad esempio Filippo Graviano, condannato anche lui per le stragi del ‘92 e ‘93. Erano giovani e sanguinari, al tempo. Riina inviò a Roma il fratello Giovanni Graviano e Matteo Messina Denaro per uccidere Giovanni Falcone, poi cambiò idea e organizzò il terribile “attentatuni” dell’autostrada. Ecco, Filippo Graviano è al 41bis da tempo immemorabile come il fratello. Entrambi sono riusciti nell’impresa apparentemente inspiegabile di avere concepito un figlio con le legittime moglie nonostante il carcere duro. “Non racconterò mai a nessuno come ho concepito mio figlio mentre ero al carcere duro, perché sono cose intime mie. Dico solo che non ho fatto niente di illecito, ci sono riuscito ringraziando anche Dio e sono rimasto soddisfatto. Non ho chiesto alcuna autorizzazione, ma ho approfittato della distrazione degli agenti”, spiegò Giuseppe Graviano in un processo.
All’Aquila c’è un altro mafioso palermitano, Cesare Lupo, ras del quartiere Brancaccio, che è arrivato fino in Cassazione per ottenere la libertà di salutarsi con gli altri boss. La direzione gli aveva vietato di salutarsi proprio con i fratelli Graviano. Il boss ha impugnato il provvedimento e i giudici gli hanno dato ragione, ma il ministero ha continuato a ribadire che il semplice saluto potesse invece essere pericoloso e “celare un messaggio occulto”. Altri mafiosi importanti che vivono in quelle celle sono Carlo Greco, reggente del mandamento di Santa Maria del Gesù, e Sandro Lo Piccolo, figlio del “barone di San Lorenzo”. Nel suo caso, essendo uno tra i più pericolosi, c’è un trattamento particolarmente occhiuto. Gli avevano vietato “ad personam” di stringere a sé la figlia anche se inferiore ai 12 anni. Ma da qualche tempo non può neppure avere una regolare corrispondenza con il padre, l’anziano capomafia Salvatore, pure lui al 41bis, nel carcere di Parma. “L’unico mezzo per acquisire affetto con mio padre, tra l’altro persona anziana di 74 anni, era la corrispondenza epistolare, posto che dall’arresto ci viene vietata la possibilità dei colloqui sia visivi che telefonici. Essendo entrambi ergastolani significa non vederci e non sentirci più a vita. Se tutto questo non è inumano, ditemi voi cos’è?”, ha scritto di recente in una lettera aperta.
Non solo mafiosi, soffrono del 41bis. Ci sono anche alcuni terroristi. A Sassari c’è Alfredo Cospito, l’anarchico che sta facendo lo sciopero della fame, condannato per una tentata strage alla scuola degli allievi carabinieri di Fossano (Cuneo) e la gambizzazione a Genova di un manager dell’Ansaldo. È finito al 41bis perché i suoi proclami, scritti in carcere, sono finiti nei circuiti dell’anarchismo e ciò è considerato un pericoloso collegamento con i compagni che sono fuori. È Cospito che ha raccontato le stranezze del regolamento: gli permettono la lettura dei giornali e dei libri, ma solo se può comprarli un agente della penitenziaria nel supermercato vicino. Se li richiede da lontano, non se ne parla.
All’Aquila c’è la brigatista Nadia Desdemona Lioce, responsabile degli omicidi di Marco D’Antona e Marco Biagi. Una irriducibile. Il 2 marzo 2003 con un altro brigatista Mario Galesi, era su un treno regionale Roma-Firenze, sottoposta a un normale controllo dei documenti, sparò agli agenti della Polfer. Colpirono a morte il sovrintendente Emanuele Petri; anche Galesi morirà dopo il trasporto in ospedale. Anche due brigatisti, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma, sono al carcere duro. La quarta della cellula di fuoco, Diana Blefari Melazzi, s’è suicidata in cella nel 2009. Aveva scontato ingiustamente tre anni di cella con il 41bis invece il macedone Ajhan Veapi, musulmano residente ad Azzano Decimo (Pordenone), assolto per non aver commesso il fatto dalla corte d’assise d’Appello di Venezia, che ha riesaminato la sua posizione alla luce di una sentenza della Cassazione.
Il 41 bis è questo. Solitudine, controlli asfissianti. E poi c’è l’ex camorrista Pierdonato Zito, 63 anni, dei quali 30 trascorsi in istituti penitenziari; per 8 anni è stato al 41bis. Zito è il primo laureato del Polo universitario penitenziario di Secondigliano. “Sarei impazzito se non avessi potuto studiare”. C’è da credergli.










