di Antonio Mattone
Il Mattino, 3 febbraio 2026
Nei giorni scorsi un detenuto ergastolano del carcere di Secondigliano è deceduto subito dopo essere stato trasportato in ospedale. Era gravemente malato di leucemia e, tramite il suo avvocato, aveva fatto richiesta di poter differire la pena e trascorre gli ultimi giorni della sua vita a casa, con il conforto della sua famiglia. Il magistrato di sorveglianza ha rigettato la sua istanza basandosi sulla relazione del medico sanitario: le sue patologie potevano essere seguite e curate all’interno del carcere. Conoscevo Giosuè, questo il nome del detenuto deceduto, da quindici anni. Ne aveva trascorsi circa trentasei in prigione, alcuni dei quali in regime di 41 bis. Aveva già superato una neoplasia al colon, ma la malattia era ricomparsa questa volta con il tumore del sangue. Poi dall’estate le sue condizioni di salute si erano aggravate, fino a perdere in pochi mesi 29 chili, tanto da dover ricorrere al ricovero in ospedale, dove è stato più di due mesi.
Nel periodo di Natale aveva ricevuto la visita del vescovo ausiliare padre Franco Beneduce e della Garante nazionale dei detenuti, Irma Conti. Lo abbiamo trovato nella sua cella disteso sul letto. Quell’incontro mi era sembrato come la visita dei re Magi nella grotta di Betlemme. Gli avevamo portato qualche piccolo dono, la promessa della preghiera e la speranza di poter smuovere le acque per la sua situazione. Qualche giorno dopo aveva ricevuto anche la visita dell’arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, con il procuratore generale e la presidente del Tribunale di sorveglianza al termine del pranzo di Natale organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio. Giosuè si aspettava molto da questi incontri, intanto non riusciva più ad alimentarsi, vomito e diarrea lo colpivano appena toccava cibo.
Questa vicenda apre uno spaccato su una grande emergenza che colpisce chi è rinchiuso nelle carceri italiane: la mancanza di cure efficaci e tempestive, che tanto spesso vengono negate anche a detenuti che soffrono di gravi malattie. Una emergenza più grave e impellente rispetto anche al sovraffollamento di cui si parla più spesso.
Carcere e salute sembrano essere in antitesi. Eppure, chi vive in cella si trova ad essere sempre di più esposto a rischi sanitari. Le carenze sono diverse. Mancano medici e infermieri. C’è un continuo turnover soprattutto dei giovani sanitari specializzandi che sbarcano nelle carceri come trampolino di lancio in attesa di incarichi più remunerativi e gratificanti. Stesso discorso per i direttori sanitari degli istituti penitenziari. Basti pensare che a Poggioreale si sono succeduti cinque responsabili della medicina penitenziaria in meno di quattro anni, e quello attuale è solo un facente funzione.
Le visite ambulatoriali all’esterno del carcere, gli esami specialistici e i ricoveri per gli interventi richiedono tempi biblici. Immaginiamo cosa significhi per un malato di tumore dover aspettare mesi per effettuare una TAC di controllo, oppure attendere tempi infiniti per sottoporsi ad un’operazione per una patologia che gli crea sofferenze e preoccupazioni. Giosuè aveva chiesto una visita gastroenterologica per i dolori di cui soffriva, visita che era stata programmata per il prossimo agosto! E magari quando arriva il fatidico giorno, succede che manca la scorta degli agenti penitenziari per insufficienza di organico e il malcapitato non possa essere accompagnato per la prestazione necessaria. Saltata la prenotazione, si deve rifare tutto da capo, e come nel gioco dell’oca, tornare alla casella di partenza.
In un recente articolo scritto da alcuni detenuti di Secondigliano per la rubrica Parole in libertà, curata da “Il Mattino”, i reclusi chiedevano di non essere considerati dalle carte, dai fatti del passato, ma in base al cammino di crescita fatto durante la detenzione e, aggiungerei, dallo stato di salute in cui ci si trova. Giosuè un percorso lo aveva fatto, aveva rinnegato nei fatti il suo passato. Ricordo che quando venne beatificato padre Puglisi gli dedicò una bellissima poesia.
Il Presidente della Regione Roberto Fico ha dichiarato dopo la sua elezione che “attraverso la condizione delle carceri, misuriamo il grado di civiltà del nostro Paese”. Spero che voglia affacciarsi su questo mondo e prendere in mano un dossier complesso e scottante, per quanto di sua competenza. Essere curati è un diritto che non si può negare neanche a chi ha commesso gravi reati. Perché giustizia e dignità sono due strade che non possono dividersi mai. Di fronte all’invocazione di un detenuto moribondo, palesemente agli sgoccioli della sua vita, non si può essere sordi e senza pietà.










